ATENE

TRA CITTA’ E STORIA

E’ finalmente arrivato il nostro momento di vedere con i nostri occhi Atene, la capitale greca che per anni avevamo conosciuto soltanto attraverso i libri di scuola. Per questa nuova avventura abbiamo scelto un lungo weekend di maggio, approfittando delle giornate ormai lunghe e di temperature che speravamo fossero già abbastanza estive da permetterci di goderci la città, ma non ancora così alte da trasformare ogni passeggiata in una prova di sopravvivenza.

Partiamo da Treviso il venerdì sera, con uno dei soliti voli economici che ci permettono di sfruttare fino all’ultimo minuto del weekend, ma già durante il viaggio qualcosa comincia a non andare esattamente secondo i piani. Il ritardo accumulato dal volo ci porta infatti ad atterrare ad Atene dopo la mezzanotte, proprio quando la metro che collega l’aeroporto al centro sta terminando il servizio, e noi ci ritroviamo a fare una corsa inutile verso una serranda che si sta ormai chiudendo, sperando fino all’ultimo che qualcuno abbia pietà di noi e ci lasci salire su quell’ultimo treno… cosa che naturalmente non succede.

La metro è andata, non ci resta che cercare l’autobus. Sulla carta sarebbe anche abbastanza semplice, se non fosse che dopo aver aspettato un po’ ci rendiamo conto di essere dalla parte sbagliata della strada e dobbiamo quindi attraversare tutta l’area davanti all’aeroporto con bagagli al seguito, cercando di capire dove partisse davvero l’autobus per il centro città. Finalmente riusciamo a salire, ci sistemiamo e proprio mentre stiamo per ripartire mi accorgo che manca qualcosa… la valigia!

Per qualche secondo rimango completamente immobile, cercando di convincermi che mi stia sbagliando, ma purtroppo la realtà è abbastanza chiara: nella fretta di spostarci da una parte all’altra dell’aeroporto avevo lasciato la mia valigia indietro. Così sono costretto a scendere dall’autobus e tornare di corsa verso l’aeroporto, con la speranza di ritrovarla esattamente dove l’avevo dimenticata e soprattutto di riuscire a tornare prima che il nostro autobus decidesse di partire senza di me. Per fortuna va tutto bene, recupero la valigia e riesco nuovamente a salire, ma la stanchezza inzia a prendere il sopravvento e gli occhi iniziano a farsi veramente pesanti.

Quando arriviamo in centro è ormai notte fonda, sono circa le due e mezza del mattino e della città che avevamo immaginato prima di partire non vediamo praticamente nulla, perché a quell’ora Atene ci accoglie con strade semi deserte, saracinesche abbassate e quell’aria un po’ sospetta che qualsiasi posto può assumere quando ci arrivi stanco morto e non sai ancora bene dove ti trovi. Avevamo scelto l’alloggio soprattutto guardando il prezzo, cosa che probabilmente avrebbe già dovuto metterci qualche dubbio, e la zona in cui avevamo prenotato era abbastanza distante dall’immagine di Plaka e Monastiraki che avevamo visto nelle fotografie. Atene, d’altronde, è una città che cambia completamente da quartiere a quartiere: ci sono le zone più turistiche e vivaci ai piedi dell’Acropoli, con le taverne, i locali e le stradine piene di gente, ma basta allontanarsi un po’ per entrare in una capitale più vera, più popolare e inevitabilmente più ruvida, soprattutto quando ci arrivi nel cuore della notte.

Il problema è che la situazione peggiora quando raggiungiamo la nostra camera: non era esattamente come ce l’aspettavamo. Anzi, più la guardavamo e più iniziavamo a convincerci di essere finiti nel posto sbagliato. Sulla porta troviamo anche un foglio scritto interamente in greco che in parole povere parlava di sfratto o di cose del genere.. siamo messi bene!! Non ci sentiamo affatto tranquilli, ma ormai il danno è stato fatto e sono le 3 di notte, decidiamo quindi di rifugiarci in camera e di barricare la porta con una sedia. Con questa grande sensazione di sicurezza riusciamo finalmente ad andare a dormire, anche se per poche ore, perché il giorno dopo avevamo una città intera da vedere e Atene, nonostante tutto, meritava decisamente una seconda possibilità.


La sveglia suona presto e, nonostante la notte passata praticamente in modalità allerta, lasciamo il nostro inquietante covo e ci dirigiamo verso il centro. È qui che Atene ci cambia completamente davanti agli occhi. Dove poche ore prima avevamo trovato strade silenziose e un’atmosfera poco rassicurante, ora c’è il caos, quello vero, fatto di gente, traffico, bancarelle, piccoli negozi e tavolini all’aperto. La città si è svegliata e noi con lei, e finalmente iniziamo a riconoscere quella Grecia che eravamo venuti a cercare.

La zona di Monastiraki è già piena di vita, tra piccoli negozi, mercati e strade che iniziano a riempirsi di persone, e soprattutto sopra i tetti, per la prima volta, cominciamo a vedere chiaramente la sagoma dell’Acropoli. È stato probabilmente quello il momento in cui abbiamo capito che la prima impressione della notte precedente non contava assolutamente nulla: ci era semplicemente capitato di arrivare nella parte sbagliata della città, all’ora sbagliata e con il livello di stanchezza sbagliato.

Dopo una colazione veloce iniziamo quindi a dirigerci verso quella che, inutile girarci troppo attorno, era la vera protagonista del viaggio: l’Acropoli.

L’Acropoli è sempre lì, sopra di noi, visibile praticamente da qualsiasi parte del centro, e per quanto l’abbiamo vista centinaia di volte nei libri di scuola, nei documentari e in qualsiasi fotografia dedicata ad Atene, arrivare finalmente ai suoi piedi fa comunque un certo effetto. Quella collina è stata per secoli il cuore religioso e simbolico della città antica e ancora oggi, nonostante tutto quello che le è cresciuto attorno, continua a dominare la capitale dall’alto. Sulla sua sommità sorgono alcuni dei monumenti più importanti dell’antica Grecia: i Propilei, il Tempio di Atena Nike, l’Eretteo con le sue celebri Cariatidi e soprattutto il Partenone, costruito nel V secolo avanti Cristo durante l’età d’oro di Atene e dedicato alla dea che aveva dato il nome alla città.

La fortuna, dopo il disastro dell’arrivo, sembra anche volerci regalare qualcosa: scopriamo infatti che proprio quel giorno l’ingresso a diverse attrazioni è gratuito e noi, senza perdere troppo tempo a chiederci il motivo, ci infiliamo immediatamente nel percorso che sale verso la cima della collina. Iniziamo così la salita verso l’alto, attraversando lentamente il percorso che porta ai monumenti, con la città che comincia ad aprirsi sotto di noi e la consapevolezza di trovarci finalmente in uno di quei luoghi che avevamo aspettato per anni di vedere.

Arriviamo davanti al Partenone… e udite udite… è pieno di impalcature di lavori in corso e non una piccola struttura in un angolo, magari facile da evitare cambiando prospettiva, ma proprio una bel muro di nylon!

Ancora oggi, guardando le immagini di quel viaggio, probabilmente non si nota troppo questa cosa perché sono riuscito a nascondere la situazione abbastanza bene, ma c’è un motivo se non troverete quasi nessuna fotografia frontale del Partenone: non era una scelta artistica, semplicemente davanti era impossibile da vedere.

Come se non bastasse, il cielo di quei giorni aveva deciso di aggiungere un’altra difficoltà. Una grande quantità di sabbia proveniente dal Sahara era arrivata fino alla Grecia, creando una specie di foschia che avvolgeva completamente Atene e rendeva l’orizzonte quasi invisibile. La luce era stranissima, il caldo già decisamente più alto di quanto ci aspettassimo per maggio e, dall’alto dell’Acropoli, invece del panorama limpido che avevo sperato di trovare vedevamo la città sparire lentamente dentro una specie di nebbia giallastra. Eppure, nonostante le impalcature, la foschia e il caldo, essere lì bastava per essere felici: ad un certo punto smetti di cercare l’inquadratura perfetta e ti guardi semplicemente attorno… sei sull’Acropoli, davanti a te ci sono edifici che resistono da oltre duemila anni e sotto si estende una capitale enorme, completamente diversa da quella che doveva esistere quando quelle pietre erano ancora nuove.

Dopo aver girato a lungo tra i monumenti e aver cercato ogni possibile prospettiva per portare a casa almeno qualche fotografia decente, iniziamo a scendere verso la città. Era soltanto il nostro primo giorno e avevamo ancora parecchie cose da vedere, ma ormai Atene ci aveva definitivamente conquistati.

Lasciata l’Acropoli alle nostre spalle, almeno per qualche ora, iniziamo a scendere verso quella parte di Atene che fino a quel momento avevamo soltanto attraversato di corsa e che ora, finalmente, potevamo iniziare a vivere con un po’ più di calma. La zona di Plaka e Monastiraki è probabilmente quella che più si avvicina all’idea che avevamo della città prima di partire: vicoli stretti, tavolini all’aperto, piccoli negozi, gente ovunque, taverne e sirtaki.

Atene ha una particolarità: puoi anche provare a perderti nei suoi vicoli senza una meta precisa, ma finisci continuamente per imbatterti in qualcosa di meraviglioso, che sia una rovina in mezzo ai palazzi, una piccola chiesa, un angolo particolarmente caratteristico o semplicemente una vista improvvisa sull’Acropoli, e alla fine quello che doveva essere un semplice passeggiata veloce diventa molto più lunga del previsto.

La cosa che mi colpisce maggiormente è proprio il contrasto continuo tra la città moderna e quella antica. Atene non è una di quelle città dove il centro storico è rimasto perfettamente conservato e separato da tutto il resto: qui il passato è semplicemente rimasto in mezzo alla città. Attorno alle rovine passano macchine, poco più in là trovi un palazzo moderno e davanti a un sito archeologico può tranquillamente esserci un locale pieno di turisti. All’inizio può sembrare quasi tutto un po’ confuso, ma più camminiamo e più comincio a pensare che sia proprio questo il suo fascino. Atene non ha cercato di diventare una cartolina perfetta, ha continuato a vivere sopra la propria storia.

Naturalmente, dopo tutta la mattinata trascorsa sull’Acropoli, arriva un altro problema decisamente più urgente: la fame. E qui iniziamo finalmente a entrare seriamente in contatto con una delle grandi certezze di questo viaggio, ovvero il cibo greco: una pita ripiena di carne, verdure e salsa era esattamente quello di cui avevamo bisogno, economica, veloce e abbastanza abbondante da permetterci di riprendere a camminare senza rischiare di svenire davanti alla prima colonna antica che ci fosse capitata davanti.

Con lo stomaco finalmente sistemato proseguiamo verso l’Agorà antica, un luogo completamente diverso dall’Acropoli ma forse ancora più interessante per provare a immaginare come dovesse essere davvero la vita quotidiana dell’antica Atene. Se lassù, tra il Partenone e i templi, avevamo visto la parte più monumentale e sacra della città, qui eravamo nel suo vero cuore. Nell’Agorà si incontravano i cittadini, si commerciava, si discuteva di politica e si prendevano decisioni; era il centro della vita pubblica ateniese e, pensando a quello che rappresentava questa città per la nascita della democrazia, camminare proprio lì dentro faceva un certo effetto.

Tra tutti gli edifici il Tempio di Efesto è quello che mi sorprende di più, anche perché è conservato in maniera incredibile rispetto a quello che ci si aspetterebbe da una costruzione così antica. Dopo una mattinata passata a cercare di immaginare il Partenone senza gru e impalcature, trovarsi davanti un tempio che conserva ancora così chiaramente la propria struttura è quasi un sollievo. Ce lo guardiamo con calma, giriamo per l’area e proviamo ancora una volta a mettere insieme quello che vediamo con tutto ciò che abbiamo studiato, perché alla fine Atene ha proprio questo potere: prende nomi e luoghi che hai sentito per tutta la vita e improvvisamente li rende reali.

La giornata, però, continua a scorrere e io avevo già in testa il programma per il pomeriggio. Perché per quanto mi piaccia girare una città, mangiare e perdermi nelle sue strade, c’è sempre un momento in cui comincio a guardare l’ora con una certa insistenza…quando si avvicina il tramonto, per me, inizia un’altra parte della giornata.

Avevo individuato già prima di partire la collina di Filopappo come uno dei punti da cui provare a fotografare l’Acropoli. L’idea era quella di vedere il Partenone dall’esterno, con la città sotto di noi e magari un bel tramonto a fare il resto.

Così ci spostiamo dall’altra parte e iniziamo a salire, lasciandoci gradualmente alle spalle il traffico e il caos del centro. È incredibile quanto basti poco per cambiare atmosfera: pochi minuti prima eravamo in mezzo alle strade piene di persone, mentre salendo lungo la collina il rumore della città comincia ad attenuarsi e davanti a noi l’Acropoli appare improvvisamente nel suo insieme, ed è lì che capisci davvero quanto sia dominante.

Da vicino, durante la mattinata, avevamo guardato i singoli monumenti, le colonne, i dettagli e ogni pezzo della sua storia; Dal Filopappo, invece, potevamo finalmente osservarla come un’unica grande figura sopra la città, isolata rispetto ai palazzi che le erano cresciuti attorno nei secoli. Sistemiamo il treppiede e iniziamo ad aspettare il sole, convinti che prima o poi avrebbe deciso di regalarci almeno un po’ di spettacolo… Avevamo dimenticato, però, un piccolo dettaglio: la sabbia del Sahara.

Quella foschia che durante la mattina ci aveva rovinato il panorama dall’Acropoli non era affatto sparita e, mentre il sole iniziava lentamente a scendere, invece di colorare il cielo comincia semplicemente a scomparire dietro una specie di muro di foschia. Aspettiamo lo stesso, perché quando sei già sul posto con il treppiede montato non puoi certo arrenderti al primo segnale negativo, ma minuto dopo minuto diventa sempre più evidente che il grande tramonto che avevo immaginato non sarebbe mai arrivato.

Per un attimo penso che questa giornata, dal punto di vista fotografico, fosse stata un continuo susseguirsi di occasioni quasi perfette rovinate sempre da qualcosa: prima le impalcature del Partenone, poi la foschia e adesso un tramonto inghiottito completamente dalla sabbia. Ma è proprio mentre il cielo si spegne senza particolari colori che Atene decide di regalarci comunque qualcosa: cominciano ad accendersi le luci.

Prima quelle più vicine, poi sempre più lontane, fino a quando la città sotto di noi diventa lentamente un mare di punti luminosi. L’Acropoli viene illuminata e improvvisamente il Partenone, che durante il giorno avevamo visto in mezzo a turisti, lavori e luce piatta, assume tutt’altra presenza. Rimaniamo lì fino all’ora blu, con la macchina fotografica, treppiede e due birrette, a scattare e ad ammirare lo spettacolo, mentre il cielo passa lentamente dal grigio a un blu sempre più scuro e la città continua ad accendersi sotto di noi.