AI CARAIBI!

Ci eravamo lasciati sul volo partito da San Paolo, con il Brasile ormai alle nostre spalle e una nuova parte del viaggio che ci aspettava dall’altra parte dell’oceano, e infatti, dopo qualche ora di volo e di sonno rubato qua e là, ci risvegliamo direttamente sopra Aruba, quando sotto di noi, compaiono le luci delle strade e delle case che scintillano nel buio del Mar dei Caraibi. È una sensazione strana, quasi surreale, perché fino a poche ore prima eravamo immersi nel caos di San Paolo, mentre ora ci troviamo davanti a una piccola isola circondata dall’oceano, apparentemente sospesa nel mezzo del mare; il viaggio sembra aver cambiato improvvisamente ritmo e atmosfera, lasciandoci alle spalle il Brasile per portarci direttamente nel cuore dei Caraibi.

Welcome to Aruba

Atterriamo e la prima cosa che constatiamo, con una certa soddisfazione, è che possiamo finalmente dimenticarci di felpe e giacche: Aruba ci accoglie infatti con un caldo bello deciso, quasi asfissiante, accompagnato però da una presenza che impareremo molto presto a conoscere e che nei giorni successivi diventerà praticamente uno dei personaggi principali del nostro viaggio: il vento.

Recuperata la macchina a noleggio, raggiungiamo in neanche cinque minuti il nostro appartamento e qui, dobbiamo ammetterlo, siamo stati proprio bravi a scegliere. La casa è bellissima e molto grande, con una bella veranda adibita a sala da pranzo che diventerà la nostra zona ufficiale per le cene, una cucina ampia e perfettamente attrezzata e un’enorme camera da letto con bagno, il tutto in un’atmosfera semplice e piacevole che, dopo i continui spostamenti dei giorni precedenti, ci fa sentire immediatamente a casa.

A completare l’accoglienza troviamo anche un simpatico gatto che decide praticamente subito di diventare il padrone dell’appartamento, tentando in tutti i modi di infilarsi dentro casa per ricevere qualche coccola. Lo battezziamo Clovis e, anche se ancora non lo sappiamo, sarà una presenza abbastanza costante durante la nostra permanenza.

Siamo stanchi, ma allo stesso tempo emozionati per questa nuova fase del viaggio, completamente diversa da quella appena conclusa: dopo città, cascate, montagne, pioggia e continui spostamenti, davanti a noi ci sono finalmente mare, spiagge, sole e qualche giorno da vivere con un ritmo decisamente più lento.


Giorno 1 – Eagle Beach

Per la nostra prima vera giornata ad Aruba abbiamo scelto una delle spiagge più famose e fotografate dell’isola: Eagle Beach, un lungo tratto di sabbia bianca e finissima che avevamo già visto in fotografia e che ci sembrava il posto perfetto per iniziare a prendere confidenza con il Mar dei Caraibi. La sveglia suona abbastanza presto e, prima di partire, facciamo una tappa che diventerà praticamente indispensabile per tutta la nostra permanenza sull’isola: il nostro supermercato di fiducia, il Save More Food, dove facciamo una bella spesa cercando di risparmiare il più possibile, perché se c’è una cosa che capiamo immediatamente è che Aruba è tutt’altro che economica e, se non vogliamo spendere una fortuna per ogni pasto, conviene sfruttare la cucina della nostra bella casetta.

Con la macchina piena di provviste partiamo quindi verso Eagle Beach e, una volta arrivati, scopriamo subito una delle cose che ci piaceranno maggiormente delle spiagge di Aruba: il parcheggio è praticamente a ridosso della spiaggia ed è gratuito, quindi lasciamo tranquillamente la macchina e in pochi passi siamo già davanti al mare.

Eccolo finalmeno il Mar dei caraibi!

Ed eccolo finalmente, il Mar dei Caraibi.

L’acqua è esattamente come ce l’eravamo immaginata, con tonalità azzurre e turchesi che sembrano quasi irreali e una trasparenza che fa venire voglia di entrare immediatamente in acqua, ma basta rimanere qualche minuto sulla spiaggia per capire che Aruba ha deciso di presentarci fin da subito anche il suo lato più particolare: il vento.

Qui non si tratta semplicemente di una piacevole brezza marina che ogni tanto rinfresca la pelle: il vento soffia praticamente senza sosta, con una costanza impressionante, e insieme a lui arriva la sabbia, finissima e leggerissima, che viene sollevata e trasportata ovunque, trasformando la nostra prima giornata al mare in una vera e propria sabbiatura gratuita.All’inizio la prendiamo con filosofia, perché in fondo siamo ai Caraibi e non possiamo certo lamentarci, ma dopo un po’ iniziamo a capire che questo vento sarà probabilmente uno dei protagonisti assoluti della nostra vacanza. Aruba, infatti, è famosa proprio per i suoi alisei, che soffiano praticamente tutto l’anno da nord-est e sono una delle caratteristiche che rendono l’isola così particolare rispetto all’immagine classica dei Caraibi; sono anche il motivo per cui molti degli alberi dell’isola, compresi i famosi Fofoti Tree, crescono completamente piegati nella stessa direzione, come se il vento li avesse lentamente modellati nel corso degli anni.

Il Fofoto più famoso

E proprio i Fofoti Tree sono una delle prime cose che andiamo a cercare sulla spiaggia, visto che rappresentano probabilmente una delle immagini più iconiche di Aruba. Sono questi alberi dalla forma particolare, inclinati verso il mare e modellati dal vento, diventati negli anni uno dei simboli fotografici dell’isola e una presenza quasi obbligatoria in qualsiasi fotografia di Eagle Beach.Essendo arrivati abbastanza presto, abbiamo anche la fortuna di trovarli abbastanza liberi da turisti e bagnanti folla e riusciamo quindi a scattare qualche fotografia in tranquillità, prima che la spiaggia inizi a riempirsi.

La mattinata passa velocemente tra fotografie, mare e qualche passeggiata, finché ci rendiamo conto che non abbiamo calcolato benissimo i tempi e che, se vogliamo pranzare, dobbiamo tornare a casa.

E qui arriva il primo grande capolavoro culinario della nostra esperienza arubana.

Avevamo deciso di prepararci delle linguine al pomodoro, ma al momento di scolare la pasta, per una mia brillante manovra assolutamente non intenzionale, riesco a farla finire praticamente tutta direttamente nel lavandino. Il nostro pranzo si trasforma così da un normale piatto di pasta a una specie di improvvisazione gastronomica fatta con dei cracker di dubbia provenienza e il sugo al pomodoro. Non esattamente quello che avevamo programmato, ma almeno possiamo dire di aver iniziato Aruba con il giusto spirito di adattamento.

Dopo pranzo ci concediamo una piccola siesta nelle ore più calde, perché il sole qui picchia davvero forte, e nel pomeriggio decidiamo di tornare verso Eagle Beach per goderci qualche altra ora di mare, questa volta spingendoci anche verso la parte più selvaggia in direzione di Manchebo Beach e Divi Beach.

Super attrezzati!

Il vento, naturalmente, continua imperterrito a soffiare, sollevando altra sabbia e regalandoci un’altra abbondante dose di sabbiatura naturale, ma questa volta siamo preparati e abbiamo anche un piccolo asso nella manica: la signora del nostro appartamento ci ha lasciato a disposizione due sdraio pieghevoli da poter portare in spiaggia.

E così, con le nostre sdraio sotto braccio, ci sistemiamo davanti al mare e ci godiamo finalmente qualche ora senza particolari programmi, semplicemente lasciando scorrere il pomeriggio e assaporando quella sensazione di libertà che probabilmente cercavamo proprio dopo la parte brasiliana del viaggio.

Amo questa vita così all’avventura!

Il pomeriggio scorre lentamente, tra mare, sole, vento e sabbia, finché arriva il momento che stavamo aspettando: il tramonto. Decidiamo naturalmente di tornare ai Fofoti Tree, anche perché sono praticamente lì e non abbiamo voglia di spostarci troppo con la macchina. Nella nostra testa immaginiamo già una scena quasi perfetta, con poca gente intorno, il sole che scende sul mare e gli alberi piegati dal vento a fare da protagonisti.

Ahhh, poveri illusi.

Il primo “tramonto”

Ci ritroviamo infatti al centro dell’attrazione più famosa di Aruba proprio nel momento peggiore: decine di persone si sono radunate intorno ai Fofoti Tree, pronti ad immortalare il tramonto, e quella tranquillità che avevamo immaginato viene inevitabilmente un po’ meno.

Come se non bastasse, anche il cielo decide di non collaborare, perché la sabbia proveniente dal Sahara, trasportata fin qui dai venti, crea una foschia che rende il tramonto decisamente giallognolo, con quella tonalità paglierina che a noi fotografi proprio non piace. Insomma, il grande tramonto caraibico che avevamo immaginato non arriva e, un po’ delusi, ci rendiamo conto che questo probabilmente sarà uno dei tramonti peggiori che vedremo ad Aruba. Ma pazienza, siamo appena arrivati e abbiamo ancora parecchi giorni davanti.

Con il sole ormai tramontato, torniamo verso casa facendo prima una piccola tappa in uno dei tanti supermercati dell’isola, rigorosamente cinese come praticamente tutti quelli che incontreremo, per procurarci tutto il necessario per un buon drink e una serata tranquilla nella nostra casetta.

E così, seduti sulla veranda, con il caldo della sera, il rumore del vento e un drink in mano, ci godiamo finalmente il nostro primo vero momento di relax ad Aruba. Qui non dobbiamo correre. Possiamo semplicemente goderci il mare, il sole, la nostra piccola casa e tutto quello che questa isola caraibica avrà ancora da raccontarci.


Giorno 2 – Baby beach

La seconda giornata ad Aruba è forse la più iconica di tutta la nostra permanenza sull’isola in quanto non avremmo mai potuto immaginare la quantità di cose che sarebbero successe prima di riuscire finalmente a mettere piede sulla spiaggia.

Dopo una rapida colazione a base di biscotti tipo Ringo rigorosamente sottomarca, comprati con l’idea che una singola scatola dovesse accompagnarci per tutta la settimana, ci prepariamo a partire verso Baby Beach, probabilmente la spiaggia più famosa e spettacolare di Aruba, ma anche una delle più lontane dal nostro appartamento, visto che si trova all’estremità sud dell’isola e per raggiungerla dobbiamo affrontare circa 45 minuti di macchina. Il viaggio procede tranquillamente fino alla rotonda dell’aeroporto, dove però succede una di quelle cose che durante una vacanza speri sempre di riuscire a evitare: una ragazza alla guida di un’altra macchina entra nella rotonda senza darci la precedenza e, nonostante io faccia praticamente di tutto per cercare di evitarla, alla fine ci ritroviamo fianco a fianco e arriva inevitabilmente una bella sportellata.

Booom!

Il danno, non è particolarmente grave, ma la situazione si complica abbastanza rapidamente perché scopriamo che proprio quella rotonda è una delle più problematiche dell’isola, anche per la sua particolare conformazione: tra le varie corsie ci sono infatti degli spartitraffico rialzati che obbligano a scegliere praticamente subito la direzione da prendere, rendendo abbastanza complicato cambiare corsia una volta entrati nella rotonda.

La scena, tra l’altro, è quasi surreale, perché proprio mentre cerchiamo di capire cosa fare ci accorgiamo che nella stessa rotonda è già presente un furgoncino di assistenza che sta gestendo un altro incidente. A quel punto cominciamo seriamente a chiederci se il problema sia la nostra sfortuna o se quella rotonda abbia effettivamente qualcosa che non funziona, visto che, a quanto pare, nel giro di poco più di un’ora ci sono stati addirittura diversi incidenti nello stesso punto.

Contattiamo immediatamente il nostro rental car, che ci tranquillizza dicendoci di non preoccuparci e che sarebbe arrivata a breve l’assistenza per raccogliere la nostra dichiarazione, e infatti poco dopo si presenta proprio quel furgoncino che avevamo visto dall’altra parte della rotonda. L’addetto comincia a farci domande sulla dinamica, scatta fotografie alle auto e alla posizione in cui si trovano e, una volta raccolte tutte le informazioni, ci fa salire sul suo furgone insieme all’altra ragazza, dove parte una sorta di interrogatorio ufficiale, rigorosamente in inglese e addirittura registrato.

Opsss

A quel punto pensiamo di essere finalmente a posto e di poter riprendere il viaggio, ma scopriamo quasi subito che quella non era la nostra assistenza, bensì quella della ragazza che ci aveva sportellato; poco dopo arriva infatti un altro ragazzo, questa volta mandato dalla nostra compagnia di noleggio, che ripete praticamente la stessa procedura, raccogliendo la nostra versione dei fatti e fotografando nuovamente la macchina. Fortunatamente ci tranquillizza subito spiegandoci che, avendo scelto la copertura casco completa, non avremmo dovuto pagare nulla per il danno, e in quel momento ringraziamo mentalmente la scelta di aver speso qualcosa in più per l’assicurazione.

La ragazza, evidentemente ancora poco convinta della situazione, decide però di chiamare anche la polizia e così, dopo qualche minuto, arriva un agente che si rivela essere probabilmente la persona più tranquilla di tutta la vicenda. Fin dal primo momento riusciamo a scherzare e parlare con lui senza problemi, anche perché dimostra di conoscere diverse lingue e riesce a passare dall’inglese al portoghese, allo spagnolo e persino all’italiano, e dopo aver ascoltato la nostra versione ci dice semplicemente di non preoccuparci, di continuare la nostra vacanza e di goderci Aruba, spiegandoci che, se fosse stato necessario approfondire la dinamica, avrebbero potuto controllare le telecamere presenti nella zona. Non lo abbiamo mai più sentito, quindi immaginiamo che alla fine la nostra versione dei fatti fosse abbastanza convincente.

Con la macchina leggermente ammaccata e soprattutto con la testa ormai completamente altrove, possiamo finalmente ripartire verso Baby Beach, dopo aver perso più di un’ora tra incidente, assistenza, dichiarazioni, assicurazione e polizia. Per fortuna il resto del viaggio procede senza altri problemi e, quando finalmente arriviamo a destinazione, capiamo immediatamente perché questa spiaggia sia considerata una delle più belle e iconiche di Aruba. Ormai, però, non siamo più tra i primi ad arrivare e la spiaggia è già abbastanza affollata, ma fortunatamente Baby Beach è sufficientemente grande da permetterci di trovare comunque un posto dove sistemarci con le nostre immancabili sdraio.

L’unico piccolo problema è che, essendo arrivati tardi, i posti all’ombra sono praticamente tutti occupati e quindi ci ritroviamo a passare le ore centrali della giornata completamente esposti al sole, cosa che in quel momento non ci sembra nemmeno un problema così grave, anche perché il vento costante di Aruba rende il caldo molto più sopportabile di quanto ci si potrebbe aspettare.

Baby beach

Davanti a noi, intanto, si apre uno spettacolo incredibile: una distesa di acqua dalle tonalità turchesi e azzurre che sembra quasi dipinta, talmente limpida e colorata da sembrare irreale, mentre la particolare conformazione della baia rende il mare estremamente tranquillo e quasi privo di onde. Baby Beach è infatti protetta da una barriera frangiflutti che si trova più al largo e che blocca gran parte della forza del mare, creando una sorta di enorme piscina naturale dove l’acqua rimane molto bassa, arrivando al massimo a circa un metro di profondità in molti punti.

Poco ustionati…

È davvero una piccola fetta di paradiso caraibico e, per qualche ora, ci dimentichiamo completamente dell’incidente e di tutto il resto, lasciandoci semplicemente trasportare dalla bellezza del posto.

Il problema è che il vento ci sta facendo un piccolo scherzo: mentre noi continuiamo a pensare di non avere troppo caldo, la nostra pelle sta lentamente cuocendo sotto il sole senza che ce ne rendiamo conto. Dopo qualche ora iniziamo infatti a sentire che qualcosa non va e decidiamo di spostarci alla ricerca di un po’ di riparo, dirigendoci verso Rodgers Beach, una piccola spiaggia che si trova a soli due minuti di macchina da Baby Beach e che avevamo letto essere particolarmente apprezzata dalla gente del posto, mentre Baby Beach sarebbe soprattutto frequentata dai turisti.

Le aspettative, quindi, sono abbastanza alte, ma quando arriviamo rimaniamo decisamente delusi, perché Rodgers Beach non ci sembra avere nulla di particolarmente interessante: complice anche un cielo che nel frattempo si è fatto più scuro e nuvoloso, davanti a noi appare una distesa piuttosto grigia di sabbia e sassi, con un’acqua che non ha assolutamente i colori spettacolari che avevamo appena lasciato a Baby Beach.

La raffineria di San Nicolas da Rodgers beach… non proprio un paesaggio caraibico

Non ci convince proprio. Ormai, però, il pomeriggio è abbastanza inoltrato e non abbiamo più tempo per andare alla ricerca di altre spiagge, quindi decidiamo di tornare a Baby Beach, sperando almeno di riuscire a trovare qualche posto libero all’ombra. Per nostra fortuna, appena arrivati scopriamo che sotto alcune piante, proprio a bordo spiaggia, si è liberato giusto lo spazio necessario per sistemare le nostre due sdraio, che diventano immediatamente la nostra ancora di salvezza e ci permettono di rimanere lì fino a sera senza continuare a cuocerci sotto il sole.

Peccato che ormai il danno sia fatto.

Guardandoci meglio, ci rendiamo conto di essere diventati praticamente due aragoste, e non è soltanto il colore della pelle a preoccuparci, perché la bruciatura comincia già a farsi sentire in maniera piuttosto importante. D’altronde, la mia pazienza quando si tratta di stare troppe ore sdraiato in spiaggia ha un limite ben preciso e, tra caldo, sole e pelle ormai completamente cotta, direi che quel limite è stato ampiamente raggiunto.

Tramonto improvvisato

Decidiamo quindi di lasciare definitivamente Baby Beach e di spostarci verso l’entroterra, entrando nella zona del Parco Nazionale di Arikok, con l’idea di trovare un punto panoramico da cui poter assistere al tramonto. Purtroppo, però, il sole scende molto più rapidamente di quanto ci aspettassimo e non riusciamo a raggiungere nessuno dei punti che avevamo in mente, così ci dobbiamo accontentare di una piccola apertura tra i cactus dalla quale riusciamo comunque a vedere l’enorme disco rosso del sole abbassarsi lentamente fino a scomparire dietro l’orizzonte.

Non sarà sicuramente il tramonto più spettacolare della vacanza, ma dopo una giornata del genere possiamo tranquillamente accontentarci.

A quel punto è ormai arrivato il momento di tornare a casa e, quando finalmente entriamo nel nostro appartamento e ci togliamo i vestiti, arriva la conferma definitiva del disastro: siamo completamente rossi, doloranti e bruciati, e quella che durante il giorno ci sembrava una semplice abbronzatura che stava iniziando a farsi vedere si rivela invece una vera e propria scottatura, di quelle che ti ricordano per diversi giorni quanto possa essere bastardo il sole quando sei ai Caraibi e pensi di non sentirlo grazie al vento.

Con la pelle che brucia e la consapevolezza che la notte non sarà probabilmente delle più comode, ci prepariamo comunque qualcosa da mangiare, accompagnando la cena con un drinketto e qualche bistecchina, cercando di chiudere nel modo più tranquillo possibile una giornata che, tra incidente, assicurazioni, Baby Beach, sole, vento e scottature, è stata decisamente più movimentata di quanto avessimo programmato.

Aruba ci ha appena presentato il conto della nostra prima vera giornata di sole e temo che lo ricorderemo per parecchio tempo.


Giorno 3 – Oranjestad

Purtroppo Aruba ci ha veramente presentato il conto, e la notte appena trascorsa non è stata proprio una delle migliori: siamo riusciti a dormire soltanto a tratti, continuamente disturbati dal dolore delle scottature che, con il passare delle ore, invece di migliorare sembrano quasi peggiorare. La mattina, quindi, il programma che avevamo inizialmente preparato, che prevedeva qualche altra spiaggia, viene rapidamente archiviato per evitare di peggiorare ulteriormente la situazione e decidiamo di dedicare la prima parte della giornata a qualcosa di un po’ più culturale, andando alla scoperta di Oranjestad, la capitale di Aruba.

Statua della Regina Guglielmina

Parcheggiata la macchina, iniziamo a camminare per il centro della città, che rispetto alle aspettative si rivela molto più piccolo e tranquillo di quanto immaginassimo, con le sue facciate colorate, le strade ordinate e quella curiosa atmosfera a metà strada tra Caraibi ed Europa che caratterizza praticamente tutta Aruba. Non è un caso, del resto, che l’isola abbia un aspetto così particolare: Aruba fa parte del Regno dei Paesi Bassi e, pur trovandosi a migliaia di chilometri dall’Europa, conserva ancora oggi un forte legame con la cultura olandese, evidente nell’architettura, nella lingua e persino nella struttura amministrativa dell’isola.

Oranjestad, che oggi rappresenta il principale centro urbano e commerciale di Aruba, deve la propria nascita proprio agli olandesi e il suo nome è un omaggio alla Casa d’Orange-Nassau, la famiglia reale dei Paesi Bassi. La città si sviluppò soprattutto a partire dal XIX secolo intorno al porto, diventando progressivamente il cuore commerciale dell’isola, anche grazie al traffico marittimo e al commercio che per secoli hanno rappresentato una parte fondamentale della vita di Aruba.

Una delle prime tappe del nostro giro sono i giardini dove si trova la statua della Regina Guglielmina, e qui troviamo un altro piccolo pezzo della storia dell’isola. Guglielmina fu regina dei Paesi Bassi per ben cinquantotto anni, dal 1890 al 1948, e il suo regno attraversò alcuni dei periodi più difficili della storia europea, comprese le due guerre mondiali. Per Aruba il legame con la sovrana è particolarmente significativo perché proprio durante il suo regno l’isola attraversò importanti trasformazioni economiche e sociali, legate soprattutto allo sviluppo dell’industria petrolifera e alla crescente importanza strategica dell’isola nei Caraibi.

Le casette colarate, simbolo di Oranjestad

Continuando la passeggiata ci avviciniamo al porto, che rappresenta ancora oggi uno dei punti più vivaci di Oranjestad, e ne approfittiamo naturalmente per dedicarci a una delle attività più importanti di qualsiasi viaggio: la ricerca del souvenir perfetto da aggiungere alla nostra collezione e da riportare con noi a casa. Ci infiliamo quindi tra i negozi e le bancarelle dell’Aruba Flea Market, alla ricerca di qualcosa che possa rappresentare questa nuova tappa del viaggio, ma la questione economica si rivela immediatamente più complicata del previsto. Noi, infatti, non avevamo cambiato i nostri soldi nella valuta locale, il fiorino arubano, perché avevamo pensato che sarebbe stato semplice farlo direttamente sull’isola; una volta arrivati, però, scopriamo che il dollaro americano è accettato praticamente ovunque e che il fiorino viene utilizzato molto meno di quanto immaginassimo.

Il problema è che, quando proviamo a pagare in euro, ci rendiamo conto che molti negozi applicano di fatto lo stesso prezzo utilizzato per i dollari, con un cambio decisamente poco favorevole per noi. In pratica, se qualcosa costa dieci dollari, rischiamo tranquillamente di pagarlo dieci euro, e a quel punto il souvenir tanto economico non lo è più.

Partiamo quindi alla pazza ricerca di una banca dove poter cambiare i nostri soldi, ma dopo qualche tentativo ci rendiamo conto che trovare quello che cerchiamo nella zona non è così semplice e, alla fine, siamo costretti ad arrenderci e continuare a pagare in euro.

La famosa Bodegas Papiamento, distilleria di rum

Durante il nostro giro passiamo anche davanti alla Bodegas Papiamento, uno dei locali storici e più caratteristici di Oranjestad, legato alla tradizione dell’isola e alla cultura caraibica, e ci rendiamo conto ancora una volta di quanto Aruba sia un curioso intreccio di influenze diverse: olandesi, spagnole, portoghesi, sudamericane e caraibiche, tutte mescolate in un territorio piccolissimo dove si possono sentire parlare diverse lingue praticamente nello stesso momento.

La mattinata, però, vola velocemente e dobbiamo abbandonare Oranjestad perché a Palm Beach ci aspetta una delle attività che avevamo prenotato per il pomeriggio: una gita in catamarano lungo la costa nord dell’isola, con snorkeling e visita ad alcuni dei relitti che si trovano nelle acque di Aruba.

Se solo avessimo saputo la sera prima quanto ci saremmo bruciati a Baby Beach, probabilmente avremmo scelto qualcosa di decisamente più tranquillo, ma ormai il danno è fatto e, ancora doloranti, ci ritroviamo in coda pronti a salire sul nostro catamarano.

È la seconda volta che saliamo su un’imbarcazione di questo tipo: la prima era stata quattro anni prima in Grecia, su un piccolo catamarano che ospitava appena una quindicina di persone, mentre quello che abbiamo davanti oggi è decisamente più grande e può accogliere tranquillamente quaranta o cinquanta passeggeri. Normalmente, quando saliamo su una barca, la prima cosa che facciamo è cercare un bel posto al sole, possibilmente davanti, per prendere più abbronzatura possibile; oggi, invece, il nostro unico obiettivo è trovare l’ombra.

Si salpa!

Per fortuna lo spazio non manca e riusciamo a sistemarci comodamente, anche se la gita dura soltanto tre ore e quindi non è poi così importante avere il posto perfetto. La vera attrazione, almeno secondo la presentazione del tour, è il famoso free drink, perché a bordo possiamo bere tutto quello che vogliamo e decidiamo quindi di inaugurare la navigazione con una bella Balashi ghiacciata, la birra locale di Aruba, mentre il catamarano comincia lentamente a risalire la costa verso nord.

Dal mare osserviamo Palm Beach e poi Hadicurari Beach, una delle spiagge preferite dagli appassionati di windsurf e kitesurf proprio grazie ai famosi alisei che soffiano costantemente sull’isola; superiamo poi Tres Trapi, una piccola insenatura caratterizzata da tre aperture nella roccia, e arriviamo verso Arashi Beach, una delle spiagge più settentrionali e tranquille di Aruba, famosa per l’acqua limpida e per essere uno dei punti migliori dell’isola per nuotare e fare snorkeling.Dopo circa mezz’ora di navigazione arriva il momento della prima sosta in acqua, al largo di Malmok Beach, dove ci viene data la possibilità di fare snorkeling. In realtà questa prima immersione non ci entusiasma particolarmente: non troviamo una vera barriera corallina spettacolare come avevamo forse immaginato e, oltre a qualche pesce e qualche tartaruga che ogni tanto compare qua e là, non c’è molto altro da vedere. Lo snorkeling ad Aruba, insomma, si sta rivelando forse una delle poche piccole delusioni dell’isola.

La situazione cambia completamente quando raggiungiamo il secondo punto di immersione, dove ci aspetta quello che probabilmente è il vero protagonista della gita: l’Antilla Shipwreck, il relitto dell’Antilla.

L’Antilla.. o quel che ne resta

L’Antilla era una nave mercantile tedesca lunga quasi centotrenta metri, costruita negli anni Trenta e arrivata nei Caraibi poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Nel 1940, dopo l’invasione tedesca dei Paesi Bassi, la nave venne fatta affondare al largo di Aruba dal suo stesso equipaggio, che preferì distruggerla piuttosto che permetterne la cattura. Da allora il relitto è rimasto adagiato sul fondale e, con il passare dei decenni, si è trasformato in una vera e propria barriera artificiale, colonizzata dalla vita marina e diventata uno dei siti di immersione più famosi dei Caraibi.

Il relitto è enorme e, visto dalla superficie, lascia già intuire quanto possa essere particolare immergersi intorno a una nave affondata da più di ottant’anni. Tecla, però, non è particolarmente entusiasta all’idea di buttarsi in quelle acque così profonde e per qualche momento rimane indecisa, mentre io, come sempre, decido semplicemente di tuffarmi senza pensarci troppo. Evidentemente il mio tuffo funziona come incoraggiamento, perché poco dopo anche lei si convince e ci ritroviamo entrambi in acqua, a nuotare intorno a questo enorme pezzo di storia trasformato dal tempo in qualcosa di completamente diverso. Per una buona quindicina di minuti ci godiamo la vista del relitto da vicino, circondati dall’acqua e dai resti della nave che scendono sotto di noi, e questa si rivela senza dubbio una delle esperienze più interessanti della giornata.

La festa continua

Tornati a bordo, il pomeriggio continua piacevolmente tra mare, musica e un drink dopo l’altro, anche se dobbiamo fare una piccola precisazione sul famoso free drink: diciamo che i cocktail del capitano non hanno esattamente molto a che vedere con quelli che siamo abituati a bere nei cocktail bar.

Il gin tonic, per esempio, ha un gusto che ricorda molto più una medicina che un cocktail vero e proprio, mentre la maggior parte delle altre bevande viene preparata con dei grandi contenitori già pronti, probabilmente miscelati a terra prima della partenza e poi semplicemente serviti a bordo. Per fortuna, oltre ai drink, nel prezzo della gita è compreso anche uno snack e noi decidiamo di approfittarne senza alcun tipo di vergogna, visto che dopo tutto quel bere sarebbe anche il caso di mettere qualcosa nello stomaco. Arrivano quindi panini con prosciutto, formaggio e senape, con quest’ultima che, grazie alla generosa distribuzione direttamente sulle pietanze, finisce più sulle maglie degli altri turisti che nei panini, ma ormai siamo talmente rilassati che va bene anche così.

Con la pancia bella piena e soddisfatti per il pomeriggio trascorso in mare, rientriamo infine nel piccolo porticciolo di Palm Beach, pronti a cercare anche per questa sera un punto da cui poter vedere il tramonto. Il tempo però, corre sempre più velocemente di quanto vorremmo e il sole ad Aruba sembra avere una particolare predilezione per tramontare proprio quando noi stiamo ancora decidendo dove andare, così scegliamo di spostarci verso l’interno dell’isola, dove troviamo una piccola altura non lontana da noi che ci permette di avere una buona visuale sull’orizzonte.

Non è il classico tramonto da cartolina sulla spiaggia, ma forse proprio per questo ci piace: davanti a noi ci sono cactus, vegetazione arida e il sole che scende lentamente, illuminando le nuvole con le ultime tonalità calde della giornata e ricordandoci ancora una volta quanto Aruba sia diversa dall’immagine del classico paradiso tropicale. È un’isola secca, ventosa, piena di cactus e modellata dagli alisei, ma proprio questa sua particolarità la rende così riconoscibile.

Con le ultime luci del giorno ci rimettiamo quindi in macchina e torniamo verso casa, ancora doloranti per le scottature del giorno precedente ma decisamente soddisfatti per una giornata che, tra la storia di Oranjestad, i relitti, lo snorkeling e qualche cocktail, ci ha regalato un altro pezzo importante della nostra avventura ad Aruba.


Giorno 4 – Le spiagge del nord

Tres Trapi beach

La giornata di oggi è decisamente più rilassata rispetto a quelle scorse e decidiamo di prendercela con calma, dedicandoci semplicemente all’esplorazione delle spiagge della parte settentrionale dell’isola, proprio quelle che avevamo osservato dal mare durante l’escursione in catamarano.

Dopo una colazione veloce partiamo quindi verso Tres Trapi, una piccola caletta incastonata tra le rocce dove il paesaggio cambia completamente rispetto alle grandi spiagge di sabbia bianca che abbiamo visto nei giorni precedenti: qui sono soprattutto la scogliera e l’acqua, incredibilmente limpida e dalle mille tonalità di azzurro e turchese, a fare da protagoniste. È il posto ideale per iniziare la giornata con un bel bagno rinfrescante e qualche ora di totale relax, senza programmi e senza la necessità di correre da una parte all’altra dell’isola.

Non male direi, affatto non male

Nel pomeriggio decidiamo invece di spostarci verso Palm Beach, lasciando però per i prossimi giorni Arashi Beach, la spiaggia più settentrionale che avevamo visto dal catamarano e che vogliamo conservare per un’altra occasione. Visto che per pranzo non avevamo organizzato nulla e che, dopo diversi giorni di pasta e pasti preparati nella nostra casetta, ci va finalmente di mangiare qualcosa fuori, decidiamo di fermarci proprio al baretto del molo dal quale il giorno precedente eravamo partiti per l’escursione in catamarano.

Ed è una scelta decisamente azzeccata, perché questo è il nostro primo vero pranzo mangiato fuori ad Aruba e dobbiamo ammettere che non è affatto male: ordiniamo un ottimo ceviche di pesce marinato e dei calamari fritti, entrambi davvero gustosi e soprattutto senza spendere una fortuna, cosa che, considerando i prezzi dell’isola, ci sembra già quasi una vittoria personale.

Il pesce è fresco, leggero e saporito e, per una volta, possiamo tranquillamente dire di aver mangiato bene senza dover mettere mano al portafoglio più del necessario.

Ecco perchè si chiama Palm beach

Dopo pranzo ci spostiamo direttamente sulla spiaggia di Palm Beach, e troviamo una bella palma sotto la quale possiamo finalmente ripararci dal sole, che dopo le scottature dei giorni precedenti è diventato praticamente il nostro peggior nemico. L’unico piccolo dettaglio è che il vento continua a soffiare forte e, stando proprio sotto le palme, bisogna anche prestare attenzione a eventuali noci di cocco che decidessero di mollare la presa e precipitare proprio sulla nostra testa; insomma, ad Aruba anche rilassarsi sotto una palma richiede una certa dose di attenzione.

Dato che di sole ne abbiamo già preso abbastanza e che, soprattutto, nei giorni precedenti non siamo mai riusciti a goderci un tramonto come avremmo voluto, decidiamo di dedicare il resto della giornata proprio alla ricerca del punto perfetto per fotografarlo. Torniamo quindi verso nord, in direzione del California Lighthouse, il famoso faro che avevamo già intravisto nei giorni precedenti e che rappresenta uno dei simboli più conosciuti di Aruba.

Il faro, costruito alla fine dell’Ottocento e inaugurato nel 1916, prende il nome dalla nave a vapore California, naufragata al largo di Aruba nel 1891, e venne realizzato proprio per migliorare la sicurezza della navigazione in questa zona dell’isola. Oggi, naturalmente, ha perso la sua funzione originaria ed è diventato soprattutto uno dei punti panoramici più suggestivi dell’isola, specialmente al tramonto.

Questa volta arriviamo con largo anticipo, proprio per non ritrovarci ancora una volta a correre contro il tempo come nei giorni precedenti e, soprattutto, per poter scegliere con calma la composizione fotografica che preferiamo. Facciamo qualche giro intorno al faro, osserviamo da dove arriva la luce e alla fine decidiamo di spostarci sul retro, dove riusciamo a trovare un punto dal quale il California Lighthouse rimane perfettamente inquadrato mentre il sole scende lentamente alle sue spalle.

E questa volta, finalmente, sembra che tutto stia andando nel verso giusto.

Eccolo il tramonto che volevo!

Il cielo è attraversato da qualche nuvola, ma non abbastanza da coprire completamente il sole; anzi, proprio quelle poche nuvole sembrano essere arrivate nel momento perfetto, perché quando il sole comincia ad abbassarsi verso l’orizzonte i suoi raggi riescono a filtrare attraverso gli spazi lasciati liberi, creando quelle belle sfumature dorate e aranciate che tanto avevamo sperato di trovare nei giorni precedenti. La luce cambia minuto dopo minuto e anche il paesaggio intorno a noi sembra trasformarsi, con il faro che passa lentamente dall’essere semplicemente un edificio bianco a diventare una vera e propria silhouette contro il cielo.

Sunset

L’unico problema è che, per trovare l’inquadratura migliore, dobbiamo infilarci ancora una volta tra i cactus e, dopo qualche passo, mi ritrovo con qualche spina infilata nelle gambe. Ma quanto fanno male questi maledetti cactus? Le spine si attaccano alla pelle in una maniera allucinante e, soprattutto, sono talmente sottili che a volte fai persino fatica a capire da dove arrivino, mentre senti soltanto quel fastidioso dolore che ti accompagna per parecchio tempo.

Facciamo diversi scatti, cambiamo leggermente posizione e aspettiamo pazientemente che il sole raggiunga il punto giusto, finché arrivano finalmente quelle fotografie che avevo in mente.

Quando il sole è ormai quasi completamente scomparso dietro l’orizzonte, ci fermiamo ancora qualche minuto a guardare il cielo che continua a cambiare colore, godendoci finalmente un tramonto all’altezza delle aspettative. Dopo i cieli troppo gialli, la sabbia del Sahara, le nuvole e le corse dell’ultimo minuto, questa volta Aruba decide finalmente di regalarci la sua cartolina perfetta. Soddisfatti degli scatti appena realizzati, decidiamo quindi che è il momento di mettere via la macchina fotografica e concederci un ultimo selfie prima di tornare a casa.

Ed è proprio qui che arriva la beffa.

Tecla, nella sua brillante idea di appoggiare il cellulare in maniera evidentemente poco stabile sul cavalletto, riesce nell’impresa di farlo cadere esattamente di schermo verso il basso, con un tempismo praticamente perfetto. Il risultato è abbastanza prevedibile: il tramonto è stato spettacolare, le fotografie sono venute benissimo, ma la fotocamera anteriore del cellulare ha deciso di sacrificarsi per permetterci di portare a casa il ricordo. A questo punto non possiamo fare altro che prenderla con filosofia: è meglio berci sopra e andare a dormire, perché domani ci aspetta una giornata decisamente più impegnativa.


Giorno 5 – The Palm Island