BRASILE: ALLA SCOPERTA DI UN GIGANTE DAI MILLE VOLTI
INCIPIT
Ci sono destinazioni che entrano nella lista dei sogni quasi senza accorgersene, magari dopo aver visto una fotografia, letto un racconto o semplicemente immaginato per anni cosa possa esserci dall’altra parte del mondo. Il Brasile per noi è stato proprio questo: un desiderio che lentamente ha preso forma, fino a trasformarsi in una nuova grande avventura.
Un Paese immenso, difficile persino da immaginare nelle sue reali dimensioni, dove convivono metropoli da milioni di abitanti, spiagge leggendarie, foreste infinite, culture millenarie e alcuni degli spettacoli naturali più incredibili del nostro pianeta. Un luogo di contrasti estremi, dove il caos delle grandi città incontra la forza incontaminata della natura, dove la musica, i colori e l’energia delle persone sembrano essere parte integrante del paesaggio.
Il nostro viaggio inizierà dalla mitica Rio de Janeiro, la Cidade Maravilhosa, una città unica al mondo, incastonata tra montagne ricoperte di verde e un oceano infinito, dominata dal profilo del Cristo Redentore e dalle curve sinuose delle sue spiagge più famose. Da qui partiremo alla scoperta di uno dei simboli più spettacolari del Sud America, le Cascate di Iguazù, dove la potenza dell’acqua riesce a lasciare senza parole anche chi ha già visto molte meraviglie naturali.
Concluderemo questa prima parte del viaggio a San Paolo, gigantesca metropoli dal volto moderno e multiculturale, prima di salutare il Brasile e proseguire verso nuove terre.
Un viaggio fatto di grandi paesaggi, incontri, imprevisti e momenti impossibili da programmare, ma proprio per questo ancora più autentici. Perché alla fine sono proprio quei dettagli, quelle emozioni e quelle immagini catturate lungo il cammino a trasformare un semplice viaggio in un ricordo destinato a rimanere per sempre.
Giorno 1 – Un assaggio di Rio de Janeiro
Anche quest’anno è arrivato il grande momento, la realizzazione di mesi e mesi di organizzazione e preparazione, di idee e speranze, di sogni che si fanno finalmente realtà. Stiamo per partire per Rio de Janeiro!

La nostra avventura inizia come sempre di mattina presto, con una sveglia molestissima alle 2 di notte pensata per arrivare per tempo in aeroporto a Venezia… tutto questo per avere uno scalo più lungo a Parigi e non rischiare di perdere la coincidenza, considerando quanto famosi siano ultimamente i voli in partenza da Venezia con i loro ritardi e problemi di ogni sorta. La fatica è tanta, ma onestamente la forza di volontà e le aspettative sono talmente grandi che facciamo questo sforzo ben volentieri. Lo scalo trascorre abbastanza velocemente, ed in men che non si dica siamo già sul nostro volo con destinazione Rio de Janeiro, le cui 13 ore trascorrono tranquille tra un sonnellino e l’altro e qualche puntata su Netflix, finché verso le nove di sera, raggiungiamo finalmente l’aeroporto di Rio de Janeiro. Qui abbiamo il nostro primo impatto con la cultura brasiliana: il tentativo di cercare un taxi non abusivo e che ci porti sani e salvi fino a destinazione senza rapinarci o ancor peggio rapirci sembra essere un’impresa disperata, ma tutto è bene quel che finisce bene e in una mezz’oretta circa riusciamo a raggiungere il nostro alloggio, comodissimo per la posizione in quanto nella via centrale del quartiere di Copacabana, ma sinceramente molto diverso dalle foto che mostravano un delizioso appartamentino… comunque, trascorreremo ben poco tempo qui dentro, quindi purché ci sia un letto pulito, ci accontentiamo di tutto.
Come di consueto, per il primo giorno abbiamo fissato le tappe più importanti, perché il meteo in questi paesi tropicali è imprevedibile, e non sia mai che non si abbia la possibilità di vedere i simboli della città qualora i primi giorni fosse brutto tempo e si renda necessario riprogrammare la visita!
Ebbene, questa mattina faremo la conoscenza della nostra guida brasiliana qui a Rio de Janeiro, il nostro super (famoso) Luiz de Aquino, che impareremo con il tempo a conoscere come “o professor”. Luiz si presenta super puntuale sotto il nostro alloggio, pronto a condurci alla scoperta della Cidade Maravilhosa.

La storia documentata di Rio de Janeiro – universamente conosciuta per essere la patria per eccellenza della vita da spiaggia, tutta bikini, samba e caipirinha – inizia nel lontano gennaio 1502, quando la spedizione portoghese guidata da Gaspar de Lemos entrò nella baia di Guanabara. Credendo erroneamente che l’ampia insenatura fosse la foce di un grande fiume, i cartografi battezzarono l’area Rio de Janeiro (letteralmente “Fiume di Gennaio”).
Per un po’ la baia fu terra contesa tra pirati e coloni, ma la vera svolta arrivò nel 1808, spartiacque nella storia di Rio de Janeiro: per sfuggire all’invasione delle truppe napoleoniche in Portogallo, il principe reggente prese una decisione senza precedenti nella storia coloniale, ovvero trasferire l’intera corte portoghese, composta da circa 15.000 persone, in Brasile. Praticamente, da un giorno all’altro, la città passò da essere un semplice capoluogo coloniale a capitale dell’Impero Portoghese, unico caso nella storia in cui una metropoli europea venne effettivamente governata da una sua colonia! Questo trasferimento pose le basi per la successiva indipendenza del Brasile, proclamata nel 1822 da Don Pedro I che scelse Rio de Janeiro come capitale del nuovo Impero del Brasile.
Nel 1960 Rio ha ceduto lo scettro di capitale ufficiale a Brasilia, ma è rimasta a tutti gli effetti la capitale culturale del Brasile, con la sua “ginga” (il modo di fare super rilassato dei carioca, ovvero gli abitanti di Rio, termine derivante dalla lingua indigena Tupi che significava originariamente “casa dell’uomo bianco”, in riferimento alle prime abitazioni costruite dai coloni portoghesi) e quel mix irresistibile di grattacieli e giungla tropicale…sotto lo sguardo vigile del Cristo Redentore, visibile da ogni angolo della città e che su di essa continua a vegliare.

Grazie alla super organizzazione di Luiz, che pianifica il nostro tour nel modo più efficiente possibile, riusciamo a prendere il primo Treno del Corcovado e raggiungere il Cristo Redentore prima dell’arrivo delle orde di turisti, così da poterci godere il paesaggio con la soffusa luce delle prime ore del mattino, respirando appieno l’aria mistica del luogo. E qui abbiamo un primo assaggio dell’immensa cultura di Luiz, che dopo averci concesso ampio spazio per ammirare l’incredibile panorama e per fare il pieno di scatti e selfie, inizia a spiegarci la storia della costruzione del Cristo Redentore.
Il Cristo Redentore (o Cristo Redentor) non è solo una straordinaria opera di ingegneria, ma un simbolo universale di accoglienza e spiritualità, inserito non a caso tra le Sette Meraviglie del Mondo Moderno. L’idea di posizionare un monumento religioso sulla vetta del monte Corcovado (a 710 metri d’altezza) circolava già intorno al 1850, con l’intenzione iniziale di dedicarlo alla Principessa Isabella, figlia dell’allora Imperatore del Brasile, Pietro II, che nel 1888 compì il gesto storico di abolire definitivamente la schiavitù in Brasile e fu per questo soprannominata dal popolo “Redentrice”. Isabella tuttavia, con molta umiltà rifiutò l’onore e dichiarò che al suo posto avrebbe dovuto essere costruita una statua al vero Redentore dell’umanità: Gesù Cristo; il progetto rimase in sospeso per anni e prese concretamente vita solo nel 1921, in vista del centenario dell’indipendenza del Brasile: con i suoi 38 metri di altezza, il monumento fu ufficialmente inaugurato il 12 ottobre 1931. Pensate che il rivestimento della statua è composto da migliaia di tessere triangolari di pietra saponaria tagliate a mano: durante la costruzione della statua le donne della parrocchia aiutavano a incollare le tessere di talco sul calcestruzzo e la legenda vuole che sul retro delle pietre esse abbiano inciso brevi messaggi, preghiere o i nomi dei loro cari; il Cristo è quindi letteralmente “rivestito” dei desideri dei brasiliani dell’epoca.


Finita la visita al Cristo, ci affidiamo all’esperta guida di Luiz, che ci consiglia prima una tappa al Parque Henrique Lage, una ex piantagione di zucchero di epoca coloniale trasformata negli anni ’20 del ‘900 in una maestosa villa in stile eclettico romano, e poi una visita al Jardim Botânico, un enorme parco di circa 140 ettari, ospitante oltre 6.500 specie di piante (molte delle quali a rischio estinzione). Qui Luiz ci mostra piante incredibili e mai viste prima, come le ninfee giganti dell’Amazzonia, le minuscole orchidee selvatiche, e soprattutto l’inconfondibile Albero delle palle di cannone (un nome, una garanzia).
Dopo questa visita siamo veramente cotti a puntino, quindi Luiz ci concede un po’ di tregua e ci promette un primo pranzetto tipico brasiliano presso un famosissimo locale con dell’ottima Picanha; purtroppo per noi però è tutto pieno, quindi ci tocca cambiare destinazione ed optare per una invitante birreria appena lì davanti: la scelta si rivela in realtà ottimale (tranne per il povero Luiz, vegetariano e astemio…) e facciamo il pieno di birre artigianali, assaggiando comunque per la prima volta la cucina brasiliana. Tra una fagiolata e una picanha, la star diventa però indubbiamente la Farofa, da quel momento e per sempre una droga per Tecla: uno dei contorni più tradizionali, amati e onnipresenti della cucina brasiliana, è essenzialmente una miscela a base di farina di manioca, tostata in padella e arricchita con vari ingredienti saporiti. Non sembra nulla di che, ma provare per credere.

Finito di mangiare, Luiz ci lascia con il conto da pagare e si avvia a prendere la macchina (perché a detta sua, essendo lui una guida, sicuramente gli avrebbero offerto il pranzo. Spoiler: non succede!) e ci dirigiamo poi verso l’ultima tappa della giornata, la Lagoa Rodrigo de Freitas, uno spettacolare specchio d’acqua salmastra circondato da montagne e grattacieli, situato appena sotto la fittissima foresta della Tijuca e a pochi isolati dalle spiagge di Ipanema e Leblon.
Questo posto rappresenta uno dei ritrovi preferiti dai cariocas, e l’atmosfera della laguna al tramonto è unica: io scatto una quantità spropositata di foto cercando di cogliere ogni singola sfumatura delle meravigliose nuvole rosa che si riflettono sull’acqua, con le inconfondibili silhouettes del Morro dos Dois Irmãos, della Pedra da Gávea e della Pedra Bonita, mentre Tecla si gode lo spettacolo, sorseggiando insieme a Luiz una deliziosa acqua di cocco.
Rientrati in appartamento, siamo troppo stanchi e ancora troppo pieni dal pranzo di qualche ora prima, quindi decidiamo di recuperare le energie in vista del giorno dopo, che vi promettiamo, sarà indimenticabile.
Giorno 2 – La magia di Rio dall’alto
La giornata di oggi sarà senza dubbio la più adrenalinica di tutta la nostra vacanza: ci attende infatti il tanto atteso giro in elicottero senza porte che ci porterà a sorvolare tutta Rio de Janeiro, ammirando da una prospettiva assolutamente inedita ed emozionante la Cidade Maravilhosa.

Sono riuscito a convincere una reticente Tecla, tanto attirata dall’idea di volare per la prima volta in elicottero ammirando il Cristo Redentore da vicino…quanto terrorizzata dall’idea che quel primo volo in elicottero possa anche essere l’ultimo. Il nostro turno di volo è previsto alle 11:00 e durerà all’incirca una quarantina di minuti, dunque ci avviamo per tempo verso il campo di volo, accompagnati da Luiz che ci rassicura sul fatto che l’esperienza di oggi sarà una delle più belle della nostra vita.
Sbrigate le solite formalità con firme di scartoffie varie dove – senza troppi giri di parole – ci siamo sostanzialmente assunti il rischio che l’elicottero potesse cadere a picco nell’Oceano Atlantico (si scherza, dai), è finalmente arrivato il momento di prepararsi per questa avventura. Veniamo quindi imbragati dalla testa ai piedi, e conosciamo il nostro fotografo Gastòn, un simpaticissimo personaggio ingaggiato per documentare con foto e video la nostra esperienza. La scena che segue ha del comico: abituati a far volare turisti con a malapena un cellulare in mano, i membri del team dedicati a sistemarci prima del volo, si ritrovano con noi davanti con un infinito assortimento di fotocamere ed equipaggiamenti vari, nelle nostre intenzioni tutti da portare con noi durante il volo (neanche avessimo dieci braccia per scattare come la dea Kālī)…

Rinunciamo quindi ad un po’ di attrezzatura, e finalmente siamo pronti per partire con la nostra golf car che ci condurrà in pista. L’adrenalina inizia a salire, e anche l’ansia, considerando che più che un elicottero questo aggeggio sembra un drone: Io salgo sul posto davanti affianco al pilota, mentre Tecla si posiziona dietro insieme al fotografo (scelta tattica per essere paparazzata continuamente). E 3, 2, 1 ….si volaaaaa!
Tutta la paura, il timore, le riserve in merito a questo volo scompaiono immediatamente quando l’elicottero inizia a salire: man mano, sotto di noi, Rio de Janeiro si apre allo sguardo, mentre sorvoliamo le spiagge di Leblon, Ipanema e Copacabana, la fitta foresta di Tijuca, la Laguna Rodrigo de Freitas, le favelas di Vidigal e Rocinha, e poi, come un miraggio, il Pão de Azúcar in lontananza e sempre più vicino il Cristo Redentore sul Monte Corcovado.

Non dimenticheremo mai le sensazioni provate mentre più di una volta voliamo intorno al Cristo: sembra di essere dentro un documentario, e gli occhi stentano a credere a quello che stanno guardando; per di più ogni sensazione è amplificata dal fatto di essere senza porte e di non aver nulla che ostacola la vista, immaginate quindi l’adrenalina quando il pilota ci dà l’ok a sporgere le gambe fuori dall’elicottero! Sembra di volare! Sinceramente il volo “vola”, e ci sembra siano passati solo una manciata di minuti quando ci avvisano che è già ora di tornare al campo base; una volta scesi dall’elicottero, salutiamo Gaston e il resto della troupe con gli occhi lucidi di emozione e gratitudine e le gambe che ancora tremano.
La giornata però non è terminata qui, ed è infatti il momento di dirigerci verso la prossima attrazione, il famosissimo e particolarissimo Pão de Azúcar. Dato che Luiz, previdente com’è, ha acquistato per noi i biglietti salta fila e quindi non è necessario arrivare ore prima per prendere la funivia (tutti i turisti vogliono andare su ad ammirare il tramonto, quindi si creano code chilometriche), abbiamo il tempo di far tappa ad un paio di mirantes lungo la strada che sale nel Parque Natural Municipal Dois Irmãos.

Il primo è il Mirante Penhasco, da cui ammiriamo in mezzo alla fitta vegetazione la chilometrica spiaggia di Leblon, il secondo il Mirante 1 – Air France, dove si erge un monumento alle vittime Air France AF447 Rio-Parigi caduto nell’oceano il 1° giugno 2009 (davanti al quale facciamo tutti gli scongiuri del caso: tiè, guarda caso è la nostra tratta!). Un’ultima sosta prima di raggiungere il Pan di Zucchero è il suggestivo Mirante do Pedrão, da cui si può ammirare proprio il Pão de Azúcar dalla sua più tipica angolazione e prospettiva, con la baia della Praia de Botafogo davanti: non sarebbe il punto panoramico più bello, perché la foto più iconica è quella scattata dal Mirante Dona Marta, la cui strada è però ahime crollata proprio qualche mese prima del nostro viaggio, rendendolo inagibile.
Ebbene, è arrivato il momento di salire al Pan di Zucchero, sotto il quale Luiz deve lasciarci al volo per andare a parcheggiare la macchina non si sa dove, dato che la zona è affollatissima (davanti all’ingresso della funivia ci sono code simil Gardaland). Ci consiglia di avviarci, e ci incontreremo poi sul primo belvedere, al termine della prima tratta di funivia.
All’inizio capire dove andare è un’impresa, anche perché naturalmente l’attenzione viene subito indirizzata verso le camere che portiamo al collo, e tutta la security del Pan di Zucchero inizia a mobilitarsi per capire se sia consentito portare su l’attrezzatura; una volta avuto il via libera, da veri VIP veniamo scortati direttamente all’imbarco della prima tratta della funivia (superando centinaia di persone in coda) che unisce la spiaggia di Praia Vermelha al Morro da Urca (220 metri s.l.m.), coprendo una distanza di 528 metri. Qui attendiamo il nostro Luiz, che poco dopo ci raggiunge e inizia a raccontarci la storia di questo incredibile luogo.

Il Pão de Azúcar, l’imponente e caratteristica formazione rocciosa a forma di “cupola” che domina l’ingresso della baia di Guanabara, custodisce una storia affascinante e rappresenta uno dei simboli paesaggistici e geologici più celebri del Brasile e dell’intero continente sudamericano. Il toponimo “Pan di Zucchero” risale all’epoca coloniale e trova la sua spiegazione più accreditata nell’economia commerciale del XVI e XVII secolo: durante il picco dell’industria della canna da zucchero, il prodotto raffinato veniva colato in recipienti conici di argilla per facilitarne l’essiccazione e il trasporto navale verso l’Europa; questi blocchi solidi erano noti come “pani di zucchero”, e la forma conica e slanciata del colle richiama visivamente tali stampi. Questo rilievo isolato, costituito prevalentemente da granito e gneiss e alto ben 396 metri, ospita la funivia “O Bondinho”, che all’inizio del Novecento rappresentò una vera e propria pietra miliare dell’ingegneria; i lavori iniziarono nel 1910 e l’inaugurazione ufficiale avvenne il 27 ottobre 1912: si trattò della prima funivia del Sudamerica e della terza in assoluto a livello mondiale.
Scattiamo qualche foto dal primo belvedere, ma complice la curiosità di raggiungere la cima e il timore che attendendo troppo il belvedere superiore si riempia di turisti impedendoci di guardare il tramonto, poco dopo prendiamo la seconda tratta della funivia che collega il Morro da Urca alla vera e propria vetta del Pan di Zucchero (superando scenograficamente una distanza di ben 749 metri in campata libera, senza alcun pilone intermedio!).

La vista dalla sommità non delude: il panorama è un pazzesco 360° di tutta Rio de Janeiro: Copacabana e Ipanema da una parte, in lontananza sul Corcovado il Cristo Redentore, sotto di noi la Spiaggia di Botafogo, sullo sfondo il Morro Dois Irmãos con le favelas di Rocinha e Vidigal ai piedi, e addirittura, alle nostre spalle, una vista pazzesca sulla Baia di Guanabara e su Niterói, la città confinante con Rio e unita ad esso dal celebre e lunghissimo ponte Costa e Silva, lungo oltre 13 km.
Tra una sgomitata e l’altra, riusciamo a raggiungere la postazione perfetta da cui attendere il tramonto, che ci regalerà grandi gioie con colori straordinari su questi scorci pazzeschi. Ingenuamente, Luiz ci dà il via libera a rimanere su per attendere che faccia buio e che si accendano tutte le luci sulla baia di Rio de Janeiro: forse non aveva considerato le avanzatissime (e lunghissime) tecniche di scatto, per cui si ritrova poverino a dover attendere ancora ore prima che sia soddisfatto dei miei scatti e dia il via libera a tornare giù.
Presa nuovamente la funivia per scendere dal Pan di Zucchero, una lunga ma caratteristica passeggiata ci aspetta per raggiungere la macchina, dato che il povero Luiz ha dovuto parcheggiare dall’altra parte di Botafogo. Assistiamo quindi, camminando, ad un tipico sabato sera carioca, con i ragazzi che si ritrovano lungo mare per fare aperitivo in pieno stile movida brasiliana.

La giornata è stata intensa e davvero lunghissima, e Luiz ci fa capire che avendo oggi fatto gli straordinari, domani si riterrà esentato dai servizi di guida e andrà a pranzo a casa sua per festeggiare la festa della mamma; ci vedremo direttamente l’ultimo giorno della nostra permanenza a Rio, quando esploreremo insieme a lui il centro storico di Rio con il caratteristico quartiere di Santa Teresa.
Questo significa che domani saremo completamente on our own in quel di Rio de Janeiro, a parte qualche ora al mattino quando è previsto un trekking all’alba per raggiungere la sommità del Morro Dois Irmãos (il panorama dalla cima promette di essere il più bello in assoluto, con il sole che sorge sulla baia) e una visita della favela di Vidigal. Tecla ha qualche remora in tal senso, a parte per ovvi motivi sulle modalità di organizzazione della salita (…), ma soprattutto perché le previsioni del meteo sembrano essere completamente a nostro sfavore, con un mega acquazzone previsto di prima mattina. Avvisiamo quindi il nostro accompagnatore di posticipare la salita in vetta di qualche ora, rinunciando ahimè all’alba, ma sperando che a quel punto la pioggia sia ormai terminata. La speranza è l’ultima a morire, no? Andiamo a dormire speranzosi, e il racconto della nostra avventura al Morro Dois Irmãos è tutta un’altra storia…
Giorno 3 – Tra favelas e temporali
Dopo una notte turbolenta, passata a tormentarci per la nostra prossima ascesa verso la cima dei Dois Irmãos e soprattutto a pregare tutte le divinità del cielo affinchè al nostro risveglio splendesse il sole, ci svegliamo che effettivamente…piove.
Il cielo è plumbeo, e grosse nuvole nere incombono verso le montagne avvolte da una fitta nebbia che non lascia neanche intravedere il Cristo sulla cima del Corcovado. Molto perplessi sulla fattibilità del nostro trekking, decidiamo quindi di scrivere ad Andrea (la nostra guida per la giornata) per annullare il nostro programma o eventualmente modificarlo sostituendo la visita della favela di Vidigal con l’altra poco distante di Rocinha. Troviamo Andrea perfettamente d’accordo con noi, tant’è che alcuni suoi uomini in loco gli avevano poco prima inoltrato una foto dalla cima dei Dois Irmãos che mostrava una visibilità pari a zero, avvolta com’era nella fitta nebbia delle prime ore del mattino. Rimaniamo d’accordo sull’andare a Rocinha, ma dopo solo una mezz’oretta, ecco che il telefono squilla ancora per un ennesimo cambio di programma, dato che a quanto pare (secondo lui) il tempo era in miglioramento, e il trekking era ancora possibile.
Anche se con molto più che qualche dubbio, decidiamo di partire comunque, e attendiamo che Andrea – che scopriamo essere un simpatico ragazzo genovese sulla quarantina, che venti anni prima ha mollato tutto per traferirsi in Brasile e fare la guida turistica a Rio – ci venga a prendere in hotel per portarci all’ingresso della favela di Vidigal, dove inizierà la nostra avventura.

Vidigal è una delle favelas più famose di Rio de Janeiro: situata tra gli eleganti quartieri di Leblon e São Conrado, si estende sulle pendici del Morro Dois Irmãos. Nata negli anni ’40 come insediamento spontaneo di famiglie di lavoratori, oggi conta ufficialmente circa 13.000 abitanti, anche se le stime più recenti parlano di 20.000-30.000 residenti, distribuiti in un’area di appena 0,3 km², il che la rende una delle zone più densamente popolate di Rio.
Le favelas sono quartieri sorti su terreni occupati informalmente e senza una pianificazione urbanistica per far fronte alla rapida crescita della popolazione urbana; le case sono fatte quasi tutte in muratura e composte da due, tre o più piani “aggiunti” man mano: una delle caratteristiche più particolari delle favelas è proprio la loro crescita “verticale”, con le abitazioni che vengono realizzate o ampliate direttamente dagli stessi residenti, aggiungendo uno o più piani in base alle necessità della famiglia o alle possibilità economiche (non è raro che un figlio costruisca un appartamento sopra quello dei genitori, o che addirittura un tetto diventi il piano di una nuova abitazione!). Oggi le favelas rappresentano una parte importante della realtà brasiliana: in tutto il Paese se ne contano oltre 12.300, dove vivono circa 16,4 milioni di persone, pari a più dell’8% di tutta la popolazione.
Pur non essendo tra le favelas più grandi di Rio – primato che spetta a Rocinha (con oltre 72.000 abitanti censiti nel 2022) – Vidigal è sicuramente una delle più conosciute proprio grazie alla sua posizione privilegiata e al sentiero che conduce alla vetta del Morro Dois Irmãos, uno dei punti panoramici più belli della città, con una vista che abbraccia Leblon, Ipanema, la Lagoa Rodrigo de Freitas e il Cristo Redentore.

Dopo una breve sosta per ammirare la Praia do Vidigal (che supponevamo fosse una spiaggia “esclusiva” della comunità di Vidigal, quando in realtà a quanto pare in tutto il Brasile non è concepita l’esistenza di spiagge private), ci rechiamo all’ingresso della favela, dove Andrea ci affida ad ragazzo local di nome Gilva che ci accompagnerà durante il trekking verso la cima del Dois Irmãos e poi nell’esplorazione della favela. Purtroppo però qui ci attende una delle esperienze più traumatiche della nostra vita: il mototaxi.Uno degli elementi più caratteristici della vita quotidiana nelle favelas di Rio, si tratta di motociclette che svolgono il ruolo di veri e propri taxi, fondamentali perché molte strade sono strette, ripide e ricche di scalinate, rendendo difficile o impossibile il passaggio delle automobili. Per gli abitanti delle favelas rappresentano il mezzo di trasporto più pratico ed economico: in pochi minuti permettono di raggiungere la parte alta della favela, evitando lunghe salite a piedi. Scopriamo con terrore di dover salire quindi su delle mostruose motociclette, aggrappati a due omoni con la faccia cattiva che sembrano essere tutt’altro che contenti di scarrozzarci fino in cima, all’imbocco del sentiero che porta nella foresta: la pendenza delle strade è folle, le curve strettissime, e per di più avendo piovuto fin poco prima, la strada è bagnata e scivolosa…un vero e proprio incubo.
Scendiamo dalla moto terrorizzati: penso che sia stata una delle cose più spaventose mai fatte! Finalmente possiamo iniziare la nostra salita verso la montagna, anche se guardiamo con molta poca fiducia il cielo che sembra sempre più grigio… per di più passiamo per una zona dove veramente tastiamo con mano una scena che sembra essere uscita dai peggiori film di gangster: assistiamo ad una scena di scambio di droga e soldi, con dei brutti ceffi ognuno con la propria buona dose di armi addosso e che ci rifilano delle occhiate terribilmente minacciose; affrettiamo il passo e ci inoltriamo nella foresta.

Il trekking non sembra estremamente faticoso: dovrebbe durare all’incirca 45 minuti ed estendersi nel Parque Natural Municipal Paisagem Carioca per circa 1,5 km, con un dislivello positivo di circa 250 mt, fino a raggiungere la più alta tra le due cime gemelle del Morro Dois Irmãos (letteralmente “Monte dei Due Fratelli”) che raggiunge circa 533 metri sul livello del mare.
La salita procede ad un ritmo spedito, che naturalmente io mantengo senza problemi, con Tecla invece che trotterella dietro cercando di mantenere il passo; ci fermiamo per prendere fiato in corrispondenza di alcuni belvederi, da cui si può ammirare la favela di Rocinha in tutta la sua ampiezza: la concentrazione di case che sembrano quasi incastrate l’una sull’altra è impressionante da ammirare dall’alto.
La visuale inizia tuttavia ad essere sempre meno pulita, con le nuvole che pericolosamente iniziano ad abbassarsi dalle cime delle montagne sempre più in basso…infatti, quando dopo circa un’oretta arriviamo a destinazione, lo sconforto inizia a prendere il sopravvento: se per un fugace attimo riusciamo ad assaporare la vista meravigliosa che questo punto panoramico dovrebbe offrire – con lo sguardo in grado di spaziare da Leblon e Ipanema e Copacabana, verso la Lagoa Rodrigo de Freitas, il Cristo Redentore e la Pedra da Gávea, fino ad abbracciare i quartieri di São Conrado e la favela di Rocinha – poco dopo la nebbia inizia ad avvolgere tutto.

Fiduciosi tentiamo di aspettare per vedere se magari la visuale si riapra, ma mai scelta fu meno azzeccata, dato che nel giro di qualche minuto la nebbia si trasforma in pioggerellina e poi…in acquazzone tropicale.
Via di corsa in discesa allora, ripercorrendo velocemente il sentiero di terra battuta e rocce che nel giro di niente si trasforma con la pioggia in un vero e proprio scivolo. Tecla inizia a cappottarsi un passo sì e l’altro pure, complici le scarpe da camminata in città e decisamente non da trekking, finchè non raggiungiamo la città ormai completamente zuppi e sporchi ovunque di terriccio. Scemi noi a non aver portato né mantelline né k-way, né tantomeno ombrelli….! Insomma, abbiamo affrontato il trekking praticamente per non vedere nulla, ci siamo inzuppati per bene e probabilmente abbiamo anche preso un bel raffreddore; ci troviamo per di più nuovamente nel bel mezzo della favela, la cui esplorazione sembra compromessa dato che si sono aperte le cataratte del cielo e non accenna a smettere: non potrebbe andare meglio!

Decidiamo di tirarci su il morale con una colazione/brunch in un baretto nascosto in un vicolo, sperando di asciugarci un po’, ma non prima di aver percorso almeno mezz’ora di strada a piedi sotto il diluvio, perché a quanto pare il tragitto in mototaxi non era previsto al ritorno (e forse, per fortuna). Sconsolati, chiediamo alla guida di chiamare un Uber per tornare verso il nostro appartamento, dato che la nostra idea iniziale di percorrere tutte le spiagge di Leblon, Ipanema e Copacabana a piedi è decisamente da scartare: lui è un po’ riluttante, ma essendo il drop off in struttura compreso nel prezzo del tour, non ci facciamo troppi problemi a chiederlo. Peccato che a metà tragitto, il furbetto abbia annullato la corsa prima di raggiungere la destinazione e in modo da riprendersi i soldi, con il driver che voleva abbandonarci in mezzo alla strada! Oggi non ne va dritta una.

In qualche modo riusciamo a tornare in hotel, dove dopo esserci asciugati e aver inutilmente provato a sperare che smettesse di piovere, l’unica soluzione sembra essere comunque quella di uscire a fare un giro a Copacabana: una passeggiata sotto il diluvio, armati di ombrelli e mantelle non rientra proprio nell’ideale di un pomeriggio passato nella spiaggia più famosa del Brasile, vero?
Speriamo almeno di riuscire a recuperare qualche souvenir alla famosa Feira de Artesanato de Copacabana suggerita da Luiz: un mercatino serale con bancarelle che vendono magliette, infradito, costumi, calamite, gioielli artigianali, dipinti e prodotti brasiliani, attivo ogni giorno dal tardo pomeriggio fino alle 22:00-23:00 sulla Avenida Atlântica, il celebre lungomare che costeggia la spiaggia di Copacabana. È una delle strade più iconiche del Brasile (avete presente il famoso marciapiede a onde in mosaico bianco e nero?) e si estende per circa 4 km, dal quartiere di Leme fino al Forte di Copacabana.

Inutile dire che camminiamo per ore avanti e indietro sulla spiaggia, facendo una puntata addirittura fino al Forte de Copacabana e attendendo l’apertura di questo mercato…che non avverrà mai questa sera! Una pioggia del genere ha scoraggiato anche i brasiliani, quindi niente mercato, niente souvenir, solo tanto freddo e tanta acqua. Decidiamo di mangiare qualcosa al volo e poi rintanarci definitivamente in appartamento, per chiudere qui questa giornata che di brasiliano ha avuto ben poco, ma che sicuramente ricorderemo a lungo.
Giorno 4 – Alla scoperta del centro storico
Il nostro ultimo giorno a Rio sarà interamente dedicato alla scoperta del vero e proprio “centro storico” della città, e in particolare il quartiere di Santa Teresa. Dopo una veloce colazione e un breve giro di ricognizione per cercare qualche souvenir (che ahimè non abbiamo ancora avuto modo di comprare) attendiamo il nostro Luiz per partire in esplorazione.

Prima tappa sarà la Catedral Metropolitana de São Sebastião (dedicata a San Sebastiano, patrono di Rio de Janeiro), uno degli edifici religiosi più insoliti del Brasile: progettata dall’architetto brasiliano Edgar Fonseca con l’obiettivo di creare un edificio moderno che rappresentasse il rinnovamento della Chiesa cattolica nel periodo successivo al Concilio Vaticano II, fu effettivamente realizzata tra il 1964 e il 1979 con una particolarissima forma conica, ispirata alle antiche piramidi precolombiane dell’America Centrale.
Alta 75 m e con un diametro di oltre 100 mt, dall’esterno sembrerebbe un edificio scarno e volutamente essenziale, ma la vera sorpresa si scopre entrando: spettacolari vetrate policrome alte circa 64 metri salgono dal pavimento fino alla sommità della cupola, dove si incontrano al centro sotto una grande croce trasparente che lascia filtrare la luce naturale, creando un effetto davvero suggestivo. Fortunatamente sembrerebbe che sia consentito scattare foto, quindi ne approfittiamo per studiare le migliori inclinazioni e prospettive di questo stranissimo edificio; nel frattempo Luiz ci aspetta pazientemente, anche lui come noi incantato dall’atmosfera quasi surreale creata dal sole che illumina le vetrate, diffondendo una meravigliosa luce rossa, verde, blu e gialla.

Terminata la visita della cattedrale, il nostro tour procede da questo punto in poi a piedi, in direzione Santa Teresa. Per raggiungerla utilizzeremo il Bondinho, lo storico tram giallo (vero e proprio simbolo) che collega il quartiere al centro di Rio, attraversando gli iconici Archi da Lapa, l’antico acquedotto cittadino. Arrivati alla fermata, scopriamo ahimè che oggi non sarà possibile arrivare fino al capolinea di Largo dos Guimarães, ma poco male, perché questo ci consentirà di passeggiare un po’ di più ed immergerci al 100% nella particolare atmosfera di questa zona. Lontano dai grattacieli di Copacabana e Ipanema, Santa Teresa conserva infatti un’atmosfera bohémien fatta di stradine acciottolate, ville coloniali e atelier d’artista; per questo motivo, viene spesso definita la “Montmartre di Rio”. Arroccata su una collina appena sopra il centro storico, sembra appartenere a un’altra epoca: qui il traffico lascia spazio ai vecchi tram gialli, le moderne torri della città vengono sostituite da eleganti ville coloniali e ogni angolo racconta una storia diversa. Passeggiare per Santa Teresa significa scoprire la Rio più artistica e autentica, fatta di piccole gallerie, caffetterie, murales e scorci panoramici che regalano viste incredibili sul centro cittadino, sul Pan di Zucchero e sulla Baia di Guanabara.

Scesi dal tram, la nostra visita procede appunto a piedi, e ci lasciamo condurre da Luiz che da bravo professore ci narra la storia dei Santa Teresa. Il quartiere prende il nome dal Convento di Santa Teresa, fondato nella seconda metà del XVIII secolo dalle suore carmelitane; tra la metà e la fine del XIX secolo, Rio de Janeiro era una città portuale in rapidissima espansione, ma con gravi problemi igienico-sanitari: grazie alla posizione collinare a circa 200 mt slm e al clima più fresco, la zona era considerata un rifugio ideale durante le epidemie febbre gialla, colera e vaiolo che colpirono il centro della città (al tempo si riteneva infatti che le epidemie fossero favorite soprattutto dall’aria malsana (“miasmi”), motivo per cui vivere in collina era considerato una scelta più sicura…in realtà c’erano semplicemente meno zanzare, veri vettori diffusori delle malattie!). Santa Teresa divenne così uno dei quartieri residenziali più prestigiosi della città e vero e proprio simbolo dell’alta borghesia di Rio de Janeiro, e sorsero eleganti ville ispirate all’architettura europea circondate da meravigliosi giardini tropicali.
La nostra prima tappa a Santa Teresa sono appunto i resti di una di queste ville, oggi trasformati in un parco pubblico accessibile gratuitamente: il Parque Glória Maria, più comunemente noto come il Parque das Ruínas. Le rovine appartengono all’antico Palacete Murtinho Nobre, costruito tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che divenne famoso quando fu acquistato da Laurinda Santos Lobo, una delle più importanti mecenati della Belle Époque carioca. Laurinda era soprannominata “la marescialla dell’eleganza” e trasformò la sua dimora in un raffinato salotto culturale, dove si riunivano scrittori, musicisti, pittori e intellettuali dell’epoca. Dopo la morte di Laurinda Santos Lobo, l’edificio fu progressivamente abbandonato e cadde in rovina. Negli anni Novanta il Comune di Rio decise di recuperare il sito con un progetto molto originale: invece di ricostruire completamente il palazzo, venero conservate le antiche mura, integrandole con strutture moderne in acciaio e vetro. Luiz ci conosce già molto bene, e ci ha condotti qui perché il Parque Glória Maria ha uno spettacolare belvedere da cui è possibile ammirare la Baía de Guanabara, il Pão de Açúcar, gli Arcos da Lapa, il centro storico di Rio con la Catedral Metropolitana de São Sebastião.

Proseguiamo il nostro tour verso l’imperdibile e famosissima Escadaria Selarón, una delle attrazioni più fotografate della città e tipica “immagine cartolina” di Rio de Janeiro. Con i suoi oltre 2.000 mosaici colorati provenienti da più di 60 Paesi, collega il vivace quartiere di Lapa alle stradine di Santa Teresa, rappresentando un vero ponte tra la Rio storica e quella artistica.
La scalinata è composta da 215 gradini e si sviluppa per circa 125 metri lungo Rua Joaquim Silva. Fino agli anni Novanta era una semplice scala in cemento, piuttosto degradata, utilizzata quotidianamente dagli abitanti del quartiere.

Nel 1990, l’artista cileno Jorge Selarón, che viveva poco distante, decise di restaurarla a proprie spese. Iniziò rivestendo alcuni gradini con piastrelle nei colori della bandiera brasiliana (verde, giallo e blu), ma quello che doveva essere un piccolo progetto si trasformò presto nell’opera della sua vita. Per più di vent’anni Selarón lavorò quasi ogni giorno sulla scalinata, aggiungendo continuamente nuove piastrelle e sostituendone altre; molte gli venivano regalate da turisti provenienti da ogni parte del mondo, altre le acquistava nei mercatini dell’usato o le riceveva da collezionisti: oggi la scalinata è decorata con oltre 2.000 piastrelle di ceramica, provenienti da più di 60 Paesi, rendendo ogni gradino diverso dall’altro. Passeggiando lungo la scala è possibile trovare mattonelle italiane, portoghesi, spagnole, francesi, giapponesi e perfino pezzi inviati da visitatori che volevano lasciare un segno del proprio passaggio; Luiz ci fa notare l’immagine ricorrente di una donna africana incinta, che nasconderebbe un misterioso omaggio da parte di Selaròn: l’artista spiegò solo in parte il significato di questa figura, definendola il simbolo di un problema personale del suo passato, ma mai rivelandone completamente il mistero. Il 10 gennaio 2013, Jorge Selarón fu trovato morto proprio sui gradini della sua scalinata, in circostanze mai chiarite, e questo ha contribuito ad alimentare il fascino di questo luogo, dove ogni piastrella racconta una storia e ogni gradino custodisce un pezzo di mondo.

Purtroppo il fatto di raggiungere la scalinata a quest’ora del giorno contribuisce al fatto di trovarla strapiena di turisti, ma ciò non toglie fascino a quest’opera straordinaria. La percorriamo incuriositi, osservandone i dettagli, e ne approfittiamo per acquistare finalmente un po’ di souvenir dalle bancarelle che circondano la scalinata da entrambi i lati. Qui individuiamo un meraviglioso “piccolo Cristo”, che non acquistiamo subito abituati come siamo a confrontare prima il prezzo tra i diversi venditori, ma scopriremo poi essere un pezzo quasi unico, per cui – spoiler – costringeremo il povero Luiz a tornare nuovamente lì a fine tour! Intanto c’è anche tempo per rinfrescarsi con una birra ghiacciata e per assaggiare un indimenticabile Vino Tinto, e per comprare quello che diventerà il nostro caro “Gaston”, un delizioso pappagallino blu scolpito nel legno, che diventerà uno dei ricordi più significativi del nostro viaggio.

Questa giornata sembra positivamente infinita, quindi altro giro altra corsa, prossima tappa sarà il Real Gabinete Português de Leitura, una delle biblioteche più belle del mondo. Arriviamo trovandoci davanti una lunga coda, che tuttavia non ci fa desistere dato che questa è uno dei luoghi che Tecla attende di visitare con più curiosità: se l’esterno è elegante, l’interno lascia letteralmente senza fiato.
L’enorme sala di lettura è alta quasi 30 metri ed è circondata da scaffalature in legno scolpito che arrivano fino al soffitto. Al centro spiccano raffinati tavoli da lettura, mentre una gigantesca vetrata colorata illumina l’ambiente con luce naturale, creando un’atmosfera quasi magica. Migliaia di volumi antichi, con dorsi in pelle dai toni del rosso, del verde, del marrone e del nero, rivestono interamente le pareti fino al soffitto, creando un insieme armonioso e quasi teatrale, e l’effetto è quello di uno spazio caldo e avvolgente, in cui il profumo del legno e dei libri antichi, il silenzio della sala di lettura e la luce filtrata dalle vetrate contribuiscono a creare un’atmosfera senza tempo. Che meraviglia, sembra di essere finiti ad Hogwarts!

Usciamo dalla biblioteca folgorati dalla sua bellezza, e lo stupore continua poco dopo quando Luiz ci conduce al poco lontano Mosteiro de São Bento, uno dei più importanti monumenti storici e religiosi di Rio de Janeiro. Fondato alla fine del XVI secolo, questo monastero custodisce una delle chiese barocche più ricche e spettacolari del Brasile, la costruzione della quale iniziò nel lontanissimo 1590 quando i monaci benedettini ricevettero il terreno sul Morro de São Bento.
L’esterno del monastero è piuttosto sobrio, ma l’interno della Chiesa di Nossa Senhora de Montserrat lascia veramente senza parole: l’ambiente è uno dei massimi esempi del barocco brasiliano, con pareti, colonne, altari e soffitti ricoperti completamente da straordinari intagli in legno dorato che creano un ambiente di straordinaria eleganza.
Si è ormai fatta quasi sera, e se il meteo ci ha graziati tutto il giorno alternando momenti di sole ad altri di nuvole (fortunatamente neanche minimamente paragonabili alla pioggia del giorno prima), in ogni caso anche questa sera non se ne parla di vedere un bel tramonto: il cielo è piuttosto grigio, e dubitiamo di avere qualche chance di vedere le nuvole colorarsi d’arancio. Decidiamo di rinunciare quindi al nostro programma iniziale che prevedeva di terminare la giornata attendendo l’accendersi delle luci al Museu do Amanhã, e decidiamo di fare solo una veloce sosta per ammirare la particolare struttura di questo museo.

Simbolo della Rio contemporanea, questo edificio futuristico affacciato sulla Baia di Guanabara nel cuore della zona portuale, invita i visitatori a riflettere non sul passato come fanno molti musei tradizionali, ma sulle possibilità e sulle sfide del futuro. È stato inaugurato nel dicembre 2015 come parte del grande progetto di riqualificazione urbana del porto di Rio, il Porto Maravilha, ed è essenzialmente un museo della scienza e delle idee con la missione di stimolare una riflessione su come le nostre scelte nel presente influenzino il mondo di domani. Non abbiamo il tempo materiale per visitarlo, ma ci divertiamo con Luiz a dare una forma alla stranissima sagoma dell’edificio: alcuni vi vedono lo scheletro di un enorme animale marino, altri una navicella spaziale, altri ancora un fiore tropicale!
Non nascondiamo che siamo ormai stremati. Ma quante cose meravigliose abbiamo visto oggi?! Diamo quindi il via libera a Luiz per riportarci al nostro alloggio, anche perché abbiamo una importantissima missione da compiere: trovare il famosissimo mercato fantasma di cui il giorno prima non abbiamo trovato traccia, e acquistare souvenir ragazzi, non abbiamo comprato quasi niente!
Giusto il tempo quindi di lasciare gli zaini in hotel e di lanciarsi in una sfrenata corsa a perdifiato verso uno degli uffici di cambio valuta (eravamo rimasti senza più reais brasiliani…probabilmente avevamo intenzione di pagare il tutto con i bottoni?) ed eccoci nuovamente a Copacabana, questa volta FINALMENTE con le luci del mercato ben visibili all’orizzonte. Missione compiuta.

Decidiamo di festeggiare il tutto con un tanto desiderato drink da sorseggiare passeggiando per una Copacabana finalmente animata e senza pioggia, che si presenta infine a noi vivace e “carioca” tanto quanto la abbiamo sempre immaginata. Qui si verifica una delle scene più divertenti dell’intera vacanza: dopo aver bevuto due Caipirinha decisamente troppo dolci e stucchevoli, troviamo un baracchino molto anonimo che promette degli spaziali Mojiti ad un prezzo super conveniente: il drink era davvero eccezionale, ma nulla ci avrebbe preparati alla scena di questo signorotto decisamente poco in sé e sotto effetto di sostanze probabilmente molto discutibili, che scoperta la nostra nazionalità ha iniziato a declamare in una lingua tutta sua quello che con ogni probabilità era un elogio all’Italia, il tutto mentre mischiava ingredienti di dubbio colore fosforescente (più che succo al lime sembrava che versasse detersivo per piatti!) versando quantità di alcool pari ad almeno 5 drink normali. Che ridere in quel momento!

Terminata questa scenetta, non resta che trovare un posto dove andare a mangiare, dato che poi è meglio tornare abbastanza rapidamente in hotel e andare a dormire “presto” (le valigie sono ancora da fare e la sveglia domani suonerà alle 3 del mattino). La scelta ricade su Brasileiro de Copa, un informale locale brasiliano che promette finalmente Picanha a basso costo. La scelta si rivela molto più che azzeccata: ci saziamo velocemente e spendendo pochissimo!
Così si conclude il nostro viaggio a Rio de Janeiro: lasciare Rio de Janeiro non significa semplicemente salutare una città, ma portarsi via un insieme caotico di disparate emozioni. Il ritmo della samba, i colori delle sue strade, i panorami infiniti tra oceano e montagne, i sorrisi delle persone, quella straordinaria energia che sembra avvolgere ogni angolo di questo luogo unico, dove natura e cultura si intrecciano in modo impossibile da dimenticare.
Rio rimane nel cuore come una città piena di contrasti, autentica e sorprendente, capace di regalare ricordi che custodiremo per sempre, insieme alla promessa che torneremo, un giorno.
Giorno 5 – Il lato brasiliano delle Cascate di Iguazù
Ed eccoci giunti alla seconda parte del nostro viaggio, che ci porterà nel cuore dello stato del Paranà, alla scoperta delle Cascate di Iguazù, parte delle Sette Meraviglie Naturali del Mondo.
Le Cascate di Iguazú si trovano al confine tra Argentina e Brasile e sono considerate tra le più spettacolari del pianeta. Il loro nome deriva dalla lingua guaraní: y significa “acqua” e guasu significa “grande”, quindi Iguazú può essere tradotto come “grande acqua”.
Molto prima dell’arrivo degli europei, l’area era abitata dal popolo guaraní che considerava le cascate un luogo sacro: una celebre leggenda racconta che il dio M’Boi, adirato per la fuga della giovane Naipí con il suo amato Tarobá, spezzò il corso del fiume creando le cascate e condannando i due amanti a rimanere separati per sempre. La prima descrizione europea delle cascate risale invece al 1541, quando l’esploratore spagnolo Álvar Núñez Cabeza de Vaca le raggiunse durante una spedizione nell’America meridionale.Oggi le cascate fanno parte di due aree protette distinte ma collegate: il Parco Nazionale Iguazú in Argentina e il Parco Nazionale Iguaçu in Brasile, entrambi dichiarati Patrimonio dell’Umanità UNESCO (Argentina nel 1984, Brasile nel 1986). Il sistema è formato da circa 275 salti d’acqua, distribuiti lungo un fronte di circa 2,7 km, con altezze che raggiungono gli 80 metri. Circa l’80% delle cascate (circa 550-670 km²) si trova sul lato argentino (inclusa la famosa Garganta del Diablo, una gigantesca quanto spettacolare gola di cui vi racconteremo più tardi) e il restante 20% sul lato brasiliano.

La sveglia per andare in aeroporto in direzione Iguazù suona nel cuore della notte, con il buon Louis reclutato last minute per farci da transfer: il volo previsto alle 7 di mattina è stato pensato per farci arrivare presto a destinazione e poter sfruttare già la prima giornate per esplorare il lato brasiliano del parco. Eppure, superati il check-in e i controlli di sicurezza, veniamo informati che il nostro volo al momento è sospeso, in quanto le cattive condizioni meteo di Iguazù hanno fatto sì che l’aeroporto sia stato momentaneamente chiuso. Che dire signore e signori, non trovate che sia un ottimo modo per iniziare un itinerario dove tutte le tappe sono incastrate al centesimo di secondo e non c’è spazio per gli imprevisti?
Per fortuna la situazione si risolve più velocemente del previsto, e dopo circa una mezz’ora riusciamo finalmente ad imbarcarci. Gli imprevisti però non sono finiti: il nostro volo procede tranquillo solo fino a quando non arriviamo nei pressi di Iguazu, dove veniamo informati che l’atterraggio è posticipato a causa della nebbia (che non vediamo…splende il sole!), ed iniziamo un infinito girotondo di un’ora e mezza sulla foresta del Paranà in attesa di avere autorizzazione all’atterraggio. Dopo un tempo che sembra infinito e la seria preoccupazione di non fare ormai in tempo a visitare tutto il Parco Brasiliano, finalmente scendiamo dall’aereo e andiamo di corsa ad incontrare il nostro autista, che ci informa che effettivamente fino a due ore prima la nebbia era tale da non vedere ad un palmo dal naso!
Il tragitto in auto è per fortuna breve ed ormai splende il sole, ed in men che non si dica arriviamo al Parco Nazionale Iguaçu dove sorge il lato brasiliano delle cascate, sicuramente più piccolo e turistico di quello brasiliano, ma che promette dei meravigliosi scorci panoramici.
Il parco si compone di diversi sentieri, ma avendo perso ore preziose a causa del ritardo dell’aereo, decidiamo di saltare i trekking in mezzo alla foresta (probabilmente interessanti solo per chi non è mai stato in montagna, non sono mica le Dolomiti!) e di dirigerci direttamente verso le cascate, che sono sicuramente il fulcro della nostra visita.

Di cascate ne avevamo già viste, ma nulla ci avrebbe preparato a questa meraviglia! Davanti a noi si apre infatti un paesaggio surreale, con scenografiche piattaforme che consentono di ammirare le cascate da diverse angolature ed altezze, arcobaleni sull’acqua…e ahimè, tantissime persone, dato che il parco brasiliano non è molto ampio e i turisti finiscono quindi tutti accalcati davanti agli scorci più belli a caccia di un selfie.

Avendo tante ore a disposizione, riusciamo comunque a schivare il più possibile la folla e a vedere tutti i punti principali scattando delle bellissime foto; sappiamo però che il meglio deve ancora venire: abbiamo infatti acquistato un biglietto un po’ speciale oggi, che ci consentirà di rimanere all’interno del parco oltre l’orario di chiusura, con il privilegio di ammirare il tramonto proprio sulle cascate…
Non eravamo però mica preparati ad essere trattati da veri VIP! Arrivati alla piattaforma superiore, notiamo infatti che i camerieri stanno imbastendo un vero e proprio banchetto, con sontuosi tavolini ricchi di bottiglie di vino, succhi vari, noci di cocco, e chi più ne ha più ne metta… e scopriamo che con il nostro fantastico pass potremo anche godere di un trattamento “all you can drink”!

Ci godiamo quindi un tramonto memorabile tra un calice di bollicine e uno di vino fermo, ammirando il maestoso scorrere dell’acqua illuminato dalla calda luce del sole: l’atmosfera è surreale, con la musica che suona in sottofondo e la nebbiolina che inizia ad alzarsi creando meravigliosi giochi di luce…sembra di essere finiti dritti dentro Avatar.

Siamo talmente incantati che naturalmente attendiamo fin l’ultimo, quando arriva il momento della chiusura definitiva del parco e ci tocca correre a perdifiato per riuscire a prendere l’ultimo autobus della giornata. A questo punto, la nostra guida ci accompagna nel nostro super Lodge, una struttura super carina e molto particolare, fatta tutta in legno ed arredata nello stile delle baite dell’Alaska.
La serata vola, e dopo una doccia calda e un riposino (talmente “ino” che ci svegliamo di soprassalto alle 23…) decidiamo che il letto è troppo invitante e che il cibo può aspettare il giorno dopo. Buonanotteeee!
Giorno 6 – La natura selvaggia del parco argentino delle Cascate di Iguazù
La giornata di oggi è una delle più attese di tutte le ferie: se il lato brasiliano delle cascate ci ha regalato scorci mozzafiato e foto straordinarie, potete immaginare quali siano le aspettative per l’opposto lato Argentino, da tutti declamato come il più spettacolare e selvaggio.
Di buon’ora il nostro autista si fa trovare fuori dal nostro lodge, deciso a farci arrivare a destinazione il prima possibile per evitare qualsiasi tipo di attesa, e ci conduce fino al confine con l’Argentina, dove verremo “presi in carico” da un altro autista – dopo aver passato la dogana e i relativi controlli. Ed è così che, scortati dal “Signor Disgrazia” (capirete la ragione di questo appellativo più tardi…), un omone bonaccione da subito simpatico e amichevole che ci attende al confine, arriviamo in breve tempo davanti all’ingresso del lato argentino del parco, dove felicissimi di esser riusciti a comprare il biglietto online, skippiamo le centinaia di persone in attesa.

Il Parque Nacional Iguazú è molto più esteso di quello brasiliano e si articola in diversi sentieri, di cui tre principali che consentono di ammirare i diversi salti d’acqua da prospettive inedite: il Circuito Superiore, il Circuito Inferiore e il Circuito della Garganta del Diablo.
Decidiamo che la nostra prima tappa sarà il Circuito Superiore, un percorso ad anello da percorrere in circa un’ora e mezza che ci permetterà di esplorare le cascate dall’alto, godendo di una vista aperta e panoramica sulla formazione a ferro di cavallo tipica dei salti d’acqua, e potendo ammirare quindi appieno l’immensa potenza dell’acqua. Con passerelle panoramiche a pelo d’acqua sulle principali cascate, questa camminata nella giungla sembra immediatamente teletrasportarci in un film di Indiana Jones!
Essendo entrati nel parco molto presto ed essendo esso enorme, riusciamo a goderci questa escursione incontrando pochissima gente lungo il percorso ed entrando in piena sintonia con il meraviglioso paesaggio che ci circonda. Uno alla volta, esploriamo i salti d’acqua che incontriamo lungo il circuito, due fra tutti lo scenografico Salto Mbiguà (ci siamo sentiti veramente dentro Avatar!) e il potente Salto San Martin.

La nostra seconda tappa sarà invece la Garganta del Diablo: abbiamo scelto accuratamente l’orario per visitarla, in quanto sospettiamo già che sarà la vista più spettacolare in assoluto, e vogliamo che il sole sia alto in cielo in modo da goderci il paesaggio con la luce perfetta! Proseguiamo dunque la nostra visita, e prendiamo il simpaticissimo Trenino Ecologico della Giungla che ci porterà fino a circa 1 km dalla cascata, punto da cui sarà necessario proseguire a piedi. Scesi dal treno, è il momento di attrezzarsi come si deve: chi torna indietro dalla cascata è infatti bagnato zuppo fino ai piedi, quindi deduciamo che indossare K Way e mantelline anti pioggia possa essere decisamente la scelta migliore. Nulla però sarebbe stato in grado di prepararci a quello che avremmo visto…
Il balcone di osservazione permette di giungere su di un punto panoramico a strapiombo sull’imponente insieme di cascate, alte fino a 80 metri, che insieme formano la “Garganta del Diablo” (Gola del Diavolo). Qui, la fitta nebbiolina dovuta agli schizzi d’acqua di queste imponenti cascate e lo scroscio incessante del fiume che scorre fino a gettarsi nell’abisso creano un’atmosfera surreale: la portata dell’acqua è talmente imponente da fare persino paura, ed è ipnotico tentare di fissare un punto sulla cascata, perché tutto si muove così imponentemente e velocemente! Fare foto sembra quasi inutile, perché nulla riuscirà mai a restituire le sensazioni provate in quei momenti; solamente la certezza di essere piccoli ed impotenti dinnanzi alla infinita potenza della natura.

Proviamo (inutilmente) a farci fare una foto professionale da un fotografo ufficiale presente sul posto, ma il costo proibitivo e la dubbia qualità dello scatto ci fanno desistere: molto meglio approfittare per riempire gli occhi il più possibile di questo spettacolo meraviglioso.

Dopo cotanta bellezza è difficile immaginare di potersi ancora sorprendere, ma ci incamminiamo decisi a riprendere il trenino, e dopo una breve siesta a base di deliziose empanadas argentine è il tempo di dirigerci verso il Circuito Inferiore.
Questo sentiero, un po’ più lungo ed articolato degli altri, permette di ammirare le cascate da una prospettiva più ravvicinata all’acqua, percorrendo passerelle immerse nella giungla e giungendo a diversi punti panoramici che si affacciano sul fiume Iguazú. Durante questo tragitto è possibile quindi avere una vista più globale del sistema di cascate, collocando i singoli salti ammirati finora da vicino nell’immenso canyon del fiume Iguazù. Camminiamo all’incirca per un paio d’ore, fino a giungere al balcone panoramico che permette di visualizzare con un solo colpo d’occhio entrambi i lati, argentino e brasiliano, delle cascate: da qui sembra davvero che esse siano state create da M’Boi, squarciando il corso del fiume per dividere gli innamorati Naipì e Tarobà!
Terminato questo percorso e mai sazi abbastanza, speriamo quasi di riuscire a fare di nuovo un salto sul Circuito Superiore, ma troviamo il percorso sbarrato dato che tutti i circuiti chiudono verso le 16:30; ci dirigiamo quindi verso l’uscita dove il nostro autista ci sta aspettando. Vi ricordate Signor Disgrazia? Ecco qui l’origine del nome…

Complice l’estrema gentilezza e nel tentativo di prenderci gli zaini e le macchinette fotografiche per riporle in macchina, l’autista ha fatto cadere la macchinetta di Tecla con l’obiettivo rivolto verso il basso… e sfiga ha voluto che l’obiettivo si ammaccasse tutto, comportando l’impossibilità di lì in poi di montare i filtri. Inutile aggiungere che la serata è proseguita a suon di imprecazioni e improbabili richieste di recuperare una pinza per cercare di rimodellare l’esterno dell’obiettivo, inesorabilmente ripiegato su se stesso.
Memori della serata precedente, decidiamo però di non cedere alla stanchezza e di non stenderci sul letto, andando subito a mangiare una succulenta e buonissima Picaña al vicino ristorante Rafain Chop, uno dei più famosi di Puerto Iguazù. La serata trascorre tranquilla, con una bella musica di intrattenimento, tanta carne alla griglia e ricordi indimenticabili che già mettono malinconia al pensiero di non poter assistere domani nuovamente ad uno spettacolo incredibile come quello delle cascate.
Giorno 7 – Itaipu – Una giornata tra una delle opere idroelettriche più grandi al mondo
Il nostro terzo e ultimo giorno ad Iguazù inizia con la speranza che il nostro autista combinaguai abbia seriamente recuperato una pinzetta per riuscire ad aggiustare alla bell’e meglio l’obiettivo, così da poterlo utilizzare per gli scatti della giornata: la sorpresa uscendo dal nostro Lodge è invece che l’autista – probabilmente terrorizzato dalla nostra ira funesta del giorno precedente – non si è presentato, e al posto suo c’è un altro signorotto all’apparenza un po’ scorbutico; fortuna vuole che l’informazione della pinzetta sia stata comunque divulgata, e che lui avesse effettivamente con sè una pinza da meccanico.
Passiamo quindi il nostro tragitto verso l’attrazione della giornata, ovvero la Diga di Itaipu, smanettando con “pinza e scalpello” come veri artigiani, e con un po’ di fatica riusciamo a sistemare provvisoriamente l’obiettivo in modo da potercene servire per tutto il resto della vacanza.

Come anticipato, la nostra direzione è la Diga di Itaipu, una delle centrali idroelettriche più grandi e potenti al mondo e conosciuta come una delle sette meraviglie del mondo moderno grazie alla sua assoluta immensità. Situata sul fiume Paraná al confine tra il Brasile e il Paraguay, è gestita da una joint venture binazionale (Itaipu Binacional) ed è dotata di 20 turbine in grado di generare circa l’86% dell’energia del Paraguay e di soddisfare gran parte del fabbisogno del Brasile. “Itaipu”, il cui nome deriva dalla lingua guaranì e significa “pietra che canta” (ovvero il nome dal suono che emette l’acqua quando passa sulle rocce) è un’immensa opera ingegneristica lunga 7.919 m e alta 196 m, i cui lavori iniziarono nel 1975 a seguito della firma (avvenuta in realtà anni prima, il 22 giugno 1966) della Acta de Iguazu, una dichiarazione con cui il Ministro degli Esteri del Brasile e del Paraguay siglavano che le risorse idriche di quel tratto del fiume Paranà sarebbero appartenute ad entrambi i paesi.

Qui ci attende un tour di due ore e mezza alla scoperta dell’esterno e dell’interno della centrale, che ci porterà a scoprire i segreti di questa portentosa struttura, visitando la sala macchine, la sala di comando, l’alternatore… basta poco per renderci conto di quanto imponente sia quest’opera: Leo poi è nel suo mondo qui, ed è un vero piacere vederlo incantato mentre cerca di scoprire il funzionamento di qualsivoglia macchinario si ritrovi davanti. Dopo aver visitato l’interno della diga, ci aspettano tre tappe esterne (una sopra la diga, una davanti e un’ultima dove sorge la famosa e gigantesca scritta “Itaipu Binacional”) molto panoramiche e suggestive che ci fanno rendere conto di come la struttura abbia modificato sostanzialmente tutto il paesaggio circostante, deviando il corso del fiume e sommergendo quasi interamente le “vecchie” sponde!
Terminata la visita, prima della prossima tappa il nostro autista ci propone di andare a mangiare dell’ottimo Churrasco, proposta che noi immediatamente (e un po’ ingenuamente) accettiamo senza batter ciglio, senza sapere che saremmo stati condotti in uno dei migliori probabilmente, ma anche più costosi ristoranti di tutto Puerto Iguazù. Appena entrati ci rendiamo immediatamente conto dell’errore: i camerieri in giacca e cravatta che serpeggiano tra i tavoli con vassoi stracolmi di Champagne cozzano molto con il nostro outfit da turista in canotta e pantaloncini, considerando che l’eleganza non era sicuramente tra le nostre priorità quella mattina… a costo di fare un’epica figuraccia, chiediamo all’autista di cambiare locale e ci facciamo portare in una birreria molto più tranquilla, dove mangiamo divinamente bene assaggiando anche un’interessantissima Fondue de Queijo com Bacon, a quanto pare uno dei piatti più amati dai brasiliani!

Finito il pranzo ci attende l’ultima tappa della giornata, ovvero Marco das Três Fronteiras, un complesso turistico situato a Foz do Iguaçu ed in particolare esattamente al confine tra tre paesi: Brasile, Argentina e Paraguay. Il Monumento della Triplice Frontiera è il punto d’incontro tra le tre nazioni e regala una vista panoramica sui tre confini e i tre rispettivi obelischi, unendo la celebrazione della cultura indigena alla geografia unica dei tre paesi. Tutta la struttura, che si sviluppa intorno all’obelisco con i colori della bandiera brasiliana eretto oltre 100 anni fa, è pensata per rappresentare un percorso di immersione nella storia unica del della regione, dove Brasile, Paraguay e Argentina si specchiano sulla confluenza dei fiumi Paranà e Iguazù.

Terminata la visita, il nostro autista ci aspetta all’ingresso, e in neanche 10 minuti arriviamo in aeroporto, dove una lunga attesa di 4 ore ci separa dal nostro prossimo volo in direzione San Paolo. Il volo procede tranquillo, ma di sicuro non ci saremmo aspettati di essere dirottati in piena notte e ad ormai ad un tiro di schioppo dalla destinazione, verso l’aeroporto di Campinas! L’aeroporto di San Paolo, che è uno dei più grandi del mondo ed il più trafficato di tutta l’America Latina, sembra essere infatti al momento irraggiungibile e non ci lasciano atterrare. Veniamo quindi appunto dirottati a Campinas, a più di 100 km di distanza, e per di più nella zona cargo merci dove ci viene anche vietato di scendere dal velivolo una volta atterrati… iniziamo già a prefigurare una notte di tribolazioni e l’impossibilità di raggiungere il nostro alloggio a San Paolo centro. Dopo circa un’ora buona di annunci incomprensibili solo in portoghese, finalmente il capitano comunica che a breve, terminata la firma di tutta una serie di carte burocratiche, ripartiremo in direzione San Paolo, dove si spera che stavolta ci facciano atterrare. Tutto è bene quel che finisce bene: con ore ed ore di ritardo, ma finalmente giungiamo a destinazione.
Giorno 8 – San Paolo sotto la pioggia
Le nostre disavventure a San Paolo sono ahimè appena iniziate: appena svegliati guardiamo speranzosi fuori dalla finestra, e l’amara sorpresa è un vero e proprio diluvio universale… decisamente non un’ottima notizia considerando che è il nostro unico giorno a San Paolo, quindi non possiamo permetterci di rimanere chiusi in appartamento e decidiamo di sfidare la pioggia visitando la città. Cosa c’è di più tipico di iniziare passeggiando lungo l’Avenida Paulista, il cuore pulsante e finanziario di San Paolo?
Questa via, che rappresenta uno dei simboli più caratteristici della città, rivela la sua importanza non solo come polo economico, ma anche come sede delle più importanti istituzioni culturali e di svago: ospita infatti numerose aziende, banche, alberghi, ospedali, istituzioni scientifiche e centri culturali, nonché il famoso Museo d’Arte di San Paolo. Vederla in una grigia giornata piovosa, con la scomodità di portarsi dietro gli ombrelli non è sicuramente il massimo… ma abbiamo già detto di non avere alternative, quindi cerchiamo di non perderci d’animo e di tirar fuori il meglio possibile da questa giornata.
Verso metà mattinata la pioggia sembra concedere una pausa, e ne approfittiamo per dirigerci verso il Parque Ibirapuera, il maggior parco urbano di San Paolo (e in realtà uno dei più grandi di tutta l’America Latina!) paragonato per la sua importanza iconica a Central Park di New York! Essendo anche una delle zone più sicure della città (che non è sicuramente famosa per essere sicura), decidiamo di raggiungerlo a piedi, passeggiando rigorosamente per le vie più grandi, e facendo tappa nell’aristocratico quartiere Jardim América per una visita alla Paróquia Nossa Senhora do Brasil, una delle chiese più particolari della città per le sue pareti completamente decorate da piastrelle di maiolica blu e bianca. Nel giro di poco raggiungiamo il parco, dove facilmente individuiamo il famoso punto di scatto con lo skyline della città riflesso sulle acque di un laghetto, e iniziamo a scattare qualche foto iconica; tempo purtroppo 5 minuti, il sole sparisce nuovamente dietro a grigi nuvoloni e ricomincia a piovere.

La cosa divertente a questo punto è che ci tocca provare uno strumento da noi – incredibilmente, considerando la mole di viaggi che facciamo – mai utilizzato: Uber. Ebbene, finalmente capiamo come funziona e ci facciamo quindi condurre rapidamente nel centro di San Paolo, un po’ timorosi per la nomea di zona poco sicura e piena di criminalità, ma speranzosi che le chiese presenti in zona possano offrirci un sicuro rifugio.

Visitiamo quindi la Catedral Metropolitana Nossa Senhora da Assunção, detta Catedral da Sé, considerata il quarto tempio neogotico più grande del mondo, e per averne una prospettiva privilegiata riusciamo ad infilarci in uno dei mille centri culturali presenti a San Paolo, il Centro Cultural Banco do Brasil São Paulo, situato presso la sede storica della più grande banca del Brasile: oltre ad ospitare un museo gratuito con ricostruzioni a grandezza naturale degli ex ambienti della banca, questo edificio ha una vista panoramica su Praça da Sé. Successivamente passiamo a visitare il Mosteiro de São Bento, un complesso storico e religioso fondato nel 1598 da monaci benedettini ed elevato ufficialmente al rango di abbazia nel 1635. Cuore spirituale nel centro storico della metropoli, è celebre per le sue architetture in legno e per il tradizionale e suggestivo canto gregoriano delle messe domenicali.

La luce inizia a calare e la pioggia non preannuncia di smettere, quindi decidiamo di recarci in uno dei rooftops di San Paolo per godere dello skyline tra gli alti grattacieli della città (e sperare in un improbabile tramonto). La nostra scelta ricade su Terraço Itália, un celebre ristorante e osservatorio panoramico inaugurato nel settembre del 1967 da Evaristo Comolatti, un immigrato italiano arrivato in Brasile, che rimasto affascinato dall’architettura del grattacielo decise di aprirvi un locale per proporre l’alta cucina italiana e omaggiare la sua terra d’origine. Il nome deriva dalla sua posizione al 41° piano dell’Edifício Itália (alto 165 metri e noto anche come Circolo Italiano), che per decenni ha simboleggiato la storica e massiccia presenza della comunità italiana a San Paolo.
Offrendo una vista a 360° sulla metropoli, è il luogo perfetto per un po’ di sana fotografia urbana; grazie ad un cameriere molto gentile che ci consente di rimanere lì a scattare al caldo nonostante la consumazione di una misera acqua minerale (vi lasciamo immaginare altrimenti i prezzi…) possiamo gustarci un tramonto inaspettatamente spettacolare ed attendere che le luci della sera facciano capolino.

Finito di scattare, è tempo di cenare dato che il nostro pranzo è stata una misera tavoletta di cioccolato, e la voglia di una buona pizza italiana inizia a farsi sempre più insistente…Tecla avrebbe voluto ordinarla da asporto in modo da chiudersi in camera e schivare la criminalità serale, ma Leo riesce a trovare un bel localino italiano appena sotto il nostro alloggio, dove ci gustiamo un’ottima carbonara e un croccante, meraviglioso trancio di pizza. È ora di ritirarsi: domani ci aspetta un altro volo…direzione Aruba!
Giorno 9 – Bye Bye Brasile, Caraibi arriviamo!
Si dice che la fortuna non guardi in faccia nessuno, giusto? È proprio vero: infatti oggi a San Paolo splende il sole…proprio quando noi stiamo per lasciare il Brasile. Abbiamo poche ore a disposizione, quindi decidiamo di non perderle correndo da una parte all’altra della città, e di passeggiare nuovamente sull’Avenida Paulista, questa volta senza ombrelli e con il sole!

Dopo aver camminato a destra e a manca per cercare un posto dove fare colazione senza necessariamente dover mangiare fritti misti di prima mattina, finalmente troviamo un baretto che faccia al caso nostro, e la mattinata vola in fretta tra la ricerca di souvenir e uno scatto qua e là. È tempo di andare verso l’aeroporto, che capiamo subito come mai sia sempre così incasinato e problematico: è ENORME, e ci sembra di aver percorso km prima di riuscire a raggiungere il nostro terminal!
Per fortuna il volo decolla puntuale, e stanchi come siamo, dopo un piccolo snack ci addormentiamo come ghiri; ci svegliamo direttamente dopo 7 ore, quando ormai il Brasile è lontano e sotto di noi si estende la distesa blu del Mar dei Caraibi illuminato dalla luna.
E così termina la nostra prima avventura in terra brasiliana.
Lasciamo questo Paese con gli occhi pieni di immagini difficili da dimenticare: il profilo del Cristo Redentore illuminato dal primo sole, il panorama infinito di Rio osservata dall’alto, le strade colorate di Santa Teresa, la potenza indescrivibile delle Cascate di Iguazù e l’immensità di una città come San Paolo, capace di sorprendere anche sotto una pioggia incessante.
Il Brasile è stato un viaggio di contrasti, proprio come ce lo aspettavamo: un Paese dove la natura mostra tutta la sua forza, dove le grandi metropoli raccontano storie diverse ad ogni angolo e dove ogni giornata è stata un susseguirsi di emozioni, risate, piccoli imprevisti e momenti che difficilmente dimenticheremo.
Più che una semplice destinazione, il Brasile è stata un’esperienza da vivere completamente, lasciandosi trasportare dai suoi colori, dai suoi sapori e da quell’energia particolare che sembra appartenere solo a questa parte del mondo.
Ma questo viaggio non è ancora finito. Una nuova destinazione ci aspetta, con nuovi paesaggi da scoprire, nuove fotografie e nuove avventure da raccontare. Ma questa è un’altra storia… e ve la racconteremo nel prossimo articolo.
