DAL MANGART AL NO BORDER MUSIC FESTIVAL 2025

Finalmente è arrivato il tanto atteso weekend del No Borders Music Festival 2025.

Il bello di questo festival, nato nel 1995 tra le montagne del Friuli Venezia Giulia, è proprio quello di riuscire a unire due mondi che sembrano lontani ma che insieme funzionano alla perfezione: la musica e la natura; qui gli artisti non si esibiscono nei classici palazzetti o nelle grandi piazze cittadine, ma in alcuni degli scenari più spettacolari delle Alpi Giulie, dove il panorama diventa parte integrante dello spettacolo. Quest’anno uno degli ospiti del è il concerto di Mika, artista sicuramente impossibile da confondere con altri, conosciuto non solo per la sua voce, ma soprattutto per il suo modo di stare sul palco: eccentrico, colorato, teatrale e sempre capace di creare un rapporto diretto con il pubblico.

Il nostro weekend non può fermarsi solamente alla musica e così, approfittando della trasferta ai Laghi di Fusine, decidiamo di aggiungere una nuova tappa al nostro itinerario: la Sella del Mangart, o Mangartsko sedlo in sloveno, una delle montagne più spettacolari della zona. L’idea nasce soprattutto dalla curiosità di Tecla, che rimane subito affascinata da questo luogo perché unisce due caratteristiche difficili da trovare insieme: un panorama da alta montagna e la possibilità di raggiungerlo quasi interamente in macchina. Una combinazione che, soprattutto per lei, rende immediatamente questa destinazione molto interessante.

Picnic notturni

La partenza viene fissata per il venerdì sera subito dopo il lavoro. Armati di zaini, macchina fotografica e tutta l’attrezzatura necessaria per un weekend tra musica e montagne, partiamo in direzione Slovenia con destinazione passo del Vršič, dove avremmo trascorso le notti.

La nostra sistemazione è un piccolo rifugio lungo il passo, anche se appena arrivati ci rendiamo conto che forse la definizione di “rifugio” viene interpretata un po’ liberamente. Più che una classica struttura alpina sembra quasi un piccolo ostello lungo la strada, una semplice casetta immersa nella montagna. Arriviamo verso le nove di sera, quando ormai il rifugio sta per chiudere e seduti nella veranda, sotto il cielo stellato del passo del Vršič, ci ritroviamo a mangiare una semplice ma perfetta insalata di riso accompagnata da un bicchiere di Moscato. Non sarà sicuramente una cena da ristorante, ma forse proprio per questo rimarrà uno dei momenti più belli della serata: poche cose, un luogo particolare e quella sensazione di essere finalmente lontani dalla quotidianità.

Insieme a noi ci sono alcuni ragazzi tedeschi e australiani che, tra una birra e l’altra, animano parecchio la serata, fino a quando i proprietari decidono che è arrivato il momento di mettere fine alla festa e di mandare tutti a dormire.


Sempre un piacere ritornare qui!

La mattina seguente ci svegliamo presto e, dopo una veloce colazione, partiamo subito alla scoperta della zona. La prima tappa è praticamente accanto a noi: lungo il passo del Vršič si trova infatti la Ruska Kapelica, la famosa Cappella Russa.

Ci ero già stato qualche anno prima, ma tornare in certi luoghi è sempre un piacere, soprattutto quando si ha nuova attrezzatura fotografica e si possono cercare prospettive diverse rispetto alla prima visita.

Questa piccola chiesetta in legno, costruita durante la Prima guerra mondiale dai prigionieri russi impegnati nella realizzazione della strada del passo, rappresenta oggi un luogo di memoria dedicato ai soldati che persero la vita durante quei lavori, molti dei quali a causa di una tragica valanga. Immersa nel bosco e circondata dalle montagne, conserva ancora oggi un’atmosfera particolare, quasi fuori dal tempo.

Dopo qualche fotografia ripartiamo verso la nostra vera destinazione della giornata: la Sella del Mangart.

Il Mangart, con i suoi quasi 2.700 metri di altezza, è una delle montagne più famose delle Alpi Giulie slovene e la sua sella è uno dei punti panoramici più spettacolari della zona. La cosa più affascinante è proprio la strada che permette di arrivare fin lassù: una salita incredibile tra tornanti stretti, pareti rocciose e panorami che cambiano continuamente a ogni curva. Quando arriviamo all’inizio della strada, però, troviamo subito una sorpresa poco piacevole: il parcheggio in quota è già pieno e le auto vengono fermate finché qualcuno non scende. Ci mettiamo quindi in coda aspettando il nostro turno, probabilmente dietro a persone che erano arrivate molto prima di noi per conquistarsi uno dei pochi posti disponibili. Se fosse dipeso da me avrei aspettato tranquillamente, magari approfittando del tempo per qualche fotografia, ma Tecla, come spesso succede in queste situazioni, decide di tentare una strada alternativa. Con il suo modo molto convincente di affrontare le cose riesce a parlare con il responsabile della strada e, quasi senza rendercene conto, ci troviamo improvvisamente autorizzati a salire.

Eddai apriti!!

Da quel momento inizia una delle strade più belle del weekend: curva dopo curva il panorama diventa sempre più spettacolare, con la valle che si apre sotto di noi e le pareti del Mangart che sembrano avvicinarsi sempre di più. L’ultimo tratto della strada purtroppo non è percorribile a causa di alcune frane che negli anni hanno interrotto il percorso, ma la camminata è semplice e permette comunque di raggiungere uno degli scenari più belli delle Alpi Giulie.

Arrivati in quota, il Mangart però decide di non mostrarsi subito in tutta la sua bellezza. Le nuvole basse iniziano infatti a muoversi avanti e indietro, coprendo completamente la montagna e lasciandola intravedere solamente per pochi istanti, quei pochi secondi in cui sembrava quasi di avere finalmente davanti agli occhi lo scatto perfetto.

Per chi, come me, viaggia sempre con una macchina fotografica in mano, questa situazione è quasi una tortura: appena la nebbia sembra aprirsi e il profilo della montagna torna visibile, sembra arrivato il momento giusto per fotografare, ma basta poco perché tutto venga nuovamente avvolto dalle nuvole. Decidiamo quindi di aspettare, perché ormai siamo arrivati fin lassù e sarebbe un peccato non concedere al Mangart il tempo necessario per mostrarsi. Alla fine la pazienza viene premiata: dopo circa un’ora di continui cambiamenti, il cielo finalmente inizia ad aprirsi e la montagna cambia completamente volto. Le nuvole lasciano spazio a una splendida giornata estiva e davanti ai nostri occhi compare uno dei panorami più belli delle Alpi Giulie slovene: da una parte le imponenti pareti del Mangart, dall’altra la vista che si perde verso la valle e verso i Laghi di Fusine, che da lassù sembrano quasi piccoli specchi incastonati tra i boschi.

L’incredibile Sella del Mangart

Passiamo così gran parte della giornata semplicemente ad ammirare il panorama e a cercare nuove inquadrature, perché in luoghi come questo una fotografia tira inevitabilmente l’altra. Ogni cambiamento della luce modifica completamente il paesaggio e, senza quasi accorgercene, arriviamo a metà pomeriggio. Decidiamo però di non proseguire ulteriormente lungo i sentieri più impegnativi, anche perché il tempo a disposizione non è infinito e il bello di questo luogo è proprio il fatto che gran parte della magia sia già accessibile dal punto in cui arriviamo.

Taaaak, se magnaaa

Lasciamo quindi il Mangart e iniziamo la discesa, ma prima di pensare al resto della giornata arriva il momento di una pausa fondamentale: mangiare qualcosa.

La sera precedente l’insalata di riso sotto le stelle era stata perfetta per il momento, ma diciamo che non poteva essere considerata una vera cena dopo una giornata così intensa. Ci fermiamo quindi in una tipica Gostilna slovena, dove troviamo subito la soluzione a tutti i problemi: carne, čevapi, cotoletta, patatine fritte e una bella birra fresca.

Dopo aver recuperato le energie decidiamo di lasciare ancora spazio all’improvvisazione. Non avevamo programmato ogni singola tappa del weekend e, come spesso accade nei nostri viaggi, qualche idea salvata sul telefono torna utile proprio nel momento giusto.

Boka Waterfalls

La scelta ricade sulle cascate di Boka, uno dei luoghi naturali più spettacolari della Slovenia.

Questa cascata nasce da un sistema carsico sotterraneo e l’acqua, dopo aver attraversato la montagna, riemerge improvvisamente dalla parete rocciosa creando un salto di circa 144 metri, che la rende una delle più alte del Paese. La cosa più affascinante è proprio questa sensazione che dà l’impressione che la montagna stessa stia liberando l’acqua dal suo interno.

Il percorso per raggiungere il punto panoramico non è particolarmente impegnativo e dopo circa mezz’ora arriviamo davanti alla vista principale. Da lì la cascata appare in tutta la sua imponenza, incastrata tra le montagne e immersa in una natura ancora molto selvaggia.

Sarebbe stato possibile avvicinarsi ulteriormente seguendo il corso del fiume, ma decidiamo di non farlo: il tempo inizia a stringere e vogliamo trovare un punto aperto per il tramonto, possibilmente non troppo distante dal nostro rifugio.

Torniamo quindi verso il passo del Vršič, scegliendo come punto panoramico la zona del Postman’s Lodge, da dove si può godere di una vista ampia sulle montagne circostanti. Arriviamo quasi al limite, con il sole già basso e il tempo necessario solamente per raggiungere il punto migliore. Vediamo una croce poco sopra di noi e decidiamo di salire fin lì, sperando di trovare la posizione perfetta per concludere la giornata.

In vetta al Vršič

Il panorama è spettacolare, ma questa volta il cielo non vuole collaborare completamente. Le nuvole coprono gran parte dell’orizzonte e il tramonto non regala quei colori incredibili che avevamo immaginato.Quando capiamo che ormai non arriverà nessun grande spettacolo, iniziamo a rientrare verso il rifugio, ignari però di quello che ci aspetta.

Durante il percorso ricevo una telefonata da un numero sloveno. Inizialmente penso alla solita pubblicità, anche perché non capita spesso di ricevere chiamate dalla Slovenia, ma dall’altra parte trovo la proprietaria del rifugio.La sua voce è tranquilla, quasi come se stesse comunicando una cosa normalissima, ma la notizia è tutt’altro che rassicurante: ci avvisa che sta andando a dormire e che avrebbe chiuso la struttura., il problema è che erano appena le nove di sera. In quel momento realizziamo che non solo avremmo dovuto rinunciare alla cena, ma rischiavamo addirittura di rimanere fuori dal nostro alloggio. Cerchiamo quindi di convincerla ad aspettarci ancora qualche minuto e appena chiusa la telefonata parte una corsa contro il tempo lungo la strada del passo. Per fortuna eravamo vicini e il percorso era in discesa, ma la possibilità di dover passare la notte in macchina non era esattamente il finale che avevamo immaginato per la giornata.

Arriviamo tutti sudati e col fiatone, entriamo e facciamo appena in tempo a sistemarci che sentiamo il rumore del chiavistello chiudersi, la proprietaria non scherzava: il rifugio era ufficialmente chiuso. Con il sorriso per questa piccola avventura e la stanchezza di una giornata pienissima, andiamo a dormire perché il giorno successivo ci aspettava il momento più atteso del weekend: il concerto di Mika ai Laghi di Fusine.


La sveglia suona presto, perché sappiamo che trovare una buona posizione davanti al palco non sarà semplice. Mika è un artista con un pubblico molto affezionato e vogliamo provare a vivere il concerto nel modo migliore possibile.

Ci si cucina!!

Così, poco dopo le otto e mezza, siamo già ai Laghi di Fusine pronti per metterci in fila. Davanti a noi troviamo solamente una ventina di persone e, almeno all’inizio, sembra quasi di aver fatto la scelta giusta. L’unico problema è il sole di luglio che quel giorno sembra non lasciare tregua. Restare fermi per diverse ore sotto il caldo diventa una vera prova di resistenza, ma la voglia di conquistare una posizione vicina al palco è più forte della fatica.

Rispetto alla mia precedente esperienza al No Borders, vissuta qualche anno prima durante il periodo del Covid, l’atmosfera è completamente diversa. Quella volta il festival aveva un fascino più raccolto e particolare, mentre questa volta si percepisce tutta la dimensione di un grande evento, con tantissime persone arrivate appositamente per vedere il proprio artista preferito. Le ore passano lentamente, ma finalmente arriva il momento tanto aspettato: aprono i cancelli.

In pochi secondi tutta la stanchezza sparisce e ci dirigiamo verso il palco cercando di guadagnare il posto migliore possibile. La prima fila ormai è già occupata, ma riusciamo comunque a ottenere una posizione incredibile: seconda, massimo terza fila, praticamente davanti a Mika. Ora resta solamente da aspettare, anche se l’ultima ora sembra quasi la più difficile. La folla aumenta, qualcuno prova a guadagnare spazio, qualcuno arriva all’ultimo momento cercando di passare davanti agli altri, ma ormai siamo lì e non abbiamo nessuna intenzione di spostarci, anche perché è risaputo che a Tecla queste situazioni scaldano parecchio..

Poco eccentrico ahaha

Poi finalmente arrivano le 14:00, il pubblico esplode e Mika entra sul palco.

Vestito con uno dei suoi classici completi eccentrici e colorati, perfettamente in linea con il suo stile, porta immediatamente tutta la sua energia davanti al pubblico dei Laghi di Fusine. Da quel momento inizia uno spettacolo incredibile, fatto non solamente di canzoni, ma soprattutto di coinvolgimento. Mika dimostra ancora una volta di essere un artista capace di creare un rapporto diretto con chi ha davanti: scherza, si muove continuamente, cerca il contatto con il pubblico e rende il concerto qualcosa di molto più personale. Per quasi due ore è un susseguirsi di grandi successi e momenti emozionanti, fino ad arrivare a uno dei passaggi più belli del pomeriggio: Underwater.

Mika

Durante questa canzone decide di scendere in mezzo al pubblico e chiede a tutti di mettersi in ginocchio. Un gesto semplice, ma che crea un’atmosfera incredibile, con migliaia di persone unite dalla stessa musica e Mika proprio in mezzo a noi. E’ proprio in questo momento che ci rendiamo conto di essere esattamente dove volevamo essere: davanti al palco, con le montagne delle Alpi Giulie alle nostre spalle e un artista internazionale che canta praticamente a pochi metri da noi. In quel momento tutta la fatica della mattinata sotto il sole, l’attesa e le ore passate in piedi sembrano improvvisamente avere avuto un senso.

The show must go on!

Finito il concerto, però, non è ancora il momento di tornare a casa. In fondo siamo arrivati fin qui non solamente per ascoltare Mika, ma anche per vivere appieno uno dei luoghi più belli delle Alpi Giulie, e Tecla non aveva mai avuto l’occasione di scoprire con calma i Laghi di Fusine.

Così, lasciata alle spalle la confusione del festival, ci prendiamo qualche ora di tranquillità passeggiando intorno ai due laghi, godendoci finalmente il silenzio della montagna dopo l’energia del concerto. È quasi un contrasto surreale: poche ore prima eravamo in mezzo a migliaia di persone davanti a un palco, mentre ora siamo circondati solamente dal verde dei boschi, dall’acqua immobile e dalle cime delle montagne che si riflettono sulla superficie.

Ovviamente per me è anche l’occasione perfetta per tirare fuori nuovamente la macchina fotografica. I Laghi di Fusine sono uno di quei posti dove ogni angolo sembra chiedere una fotografia: il Lago Superiore con le sue montagne riflesse nell’acqua, il Lago Inferiore con la sua atmosfera più aperta e tranquilla, e quella luce del pomeriggio che lentamente cambia il paesaggio minuto dopo minuto.

Dopo esserci goduti questo momento di relax decidiamo però di non rientrare subito verso casa, scegliamo una strada più lunga e panoramica passando per Predil e Sella Nevea, aggiungendo un’ultima tappa che Tecla aveva da tempo nella lista dei luoghi da vedere: il Fontanone di Goriuda.

Il Fontanone di Goriuda

Io lo avevo già visitato qualche anno prima, ma tornare in certi luoghi è sempre piacevole, soprattutto quando si ha la possibilità di guardarli con occhi diversi. Questa cascata è una delle più particolari della zona perché non nasce da un classico torrente, ma da un sistema carsico sotterraneo: l’acqua attraversa la montagna e riemerge improvvisamente dalla roccia, creando un salto di circa 80 metri in un ambiente davvero suggestivo.

Arriviamo proprio nel momento migliore, quando il sole inizia ad abbassarsi e la luce diventa più calda, trasformando la cascata in uno degli ultimi grandi spettacoli di questo weekend. Ovviamente non poteva mancare il mio solito tentativo di cercare l’inquadratura più particolare possibile, anche a costo di infilarmi nei punti meno comodi e far preoccupare un po’ Tecla, che ormai conosce bene la mia ostinazione quando si tratta di trovare una fotografia diversa dalle altre.

E così, con il rumore dell’acqua del Fontanone di Goriuda e le ultime luci della sera sulle montagne, si conclude il nostro weekend al No Borders Music Festival.