INCIPIT
Il Madagascar è una terra misteriosa, autentica, ancora lontana dal turismo di massa, ricca di storia, cultura e tradizioni, avvolta dal mistero e dal fascino dello “sconosciuto” e del “lontano”.
Dicono che sia impossibile riconoscere i momenti che ci cambiano la vita mentre li stiamo vivendo: li viviamo con leggerezza senza capire cosa stanno realizzando dentro di noi, senza accorgerci che in quel momento stiamo costruendo ricordi indelebili.
Ma col tempo, tornati a casa, sfogliando quelle mille foto, lì prendiamo coscienza del peso e dell’importanza che quel viaggio avrà per sempre nella nostra storia.
Il nostro viaggio in Madagascar è iniziato mesi fa, molto prima che quell’aereo decollasse e che le 11 ore di volo ci portassero nella terra dei Baobab e dei Lemuri.
Sono stati mesi interminabili di attesa, preparazione, programmazione di ogni singolo dettaglio, ma che come al solito, sono poi volati e non ci hanno minimamente preparato a quello che avremmo visto, scoperto, vissuto.
Proveremo a portarvi con noi in questo viaggio incredibile!
Buona lettura!
GIORNO 1 – ANTANANARIVO, UN ASSAGGIO CAOTICO DI MADAGASCAR
Così ha inizio il nostro viaggio in Madagascar, con una sveglia alle 3 di notte (già allora avremmo dovuto immaginare il tenore delle sveglie che avrebbero scandito la nostra vacanza prova di sopravvivenza) per prendere il nostro volo Air France previsto in partenza alle sei di mattina.

Partiamo insolitamente puntuali, e dopo una piccola sosta a Parigi, “in men che non si dica” (dopo 11 ore, passate a ronfare in modo da accumulare sufficiente sonno per tutte le successive giornate) ci ritroviamo ad Antananarivo.
Al nostro arrivo siamo accolti da Alex, la nostra guida per i giorni che trascorreremo ad Antananarivo, che diventerà presto un amico oltre che una presenza sicura.
Dopo una “breve” introduzione alla cultura malgascia – durata tutto il tempo del tragitto verso il nostro hotel in centro – che ci fa subito iniziare a dubitare del fatto che visitare la capitale fosse stata effettivamente una buona idea, arriviamo a Le Fred, il nostro albergo.
Stanchi come siamo, crolliamo subito, e la notte vola. Ci svegliamo di buon’ora a causa dell’immancabile assenza di tapparelle, e dopo una squisita colazione (veramente è stata l’unica buona di tutta la vacanza!) sul rooftop dell’hotel con vista panoramica sulla città, iniziamo la nostra gita del centro di Antananarivo.
Ci rendiamo subito conto del senso degli ammonimenti di Alex della sera prima: la capitale non è proprio come ce l’aspettavamo e sembra avere veramente poco di turistico da offrire.
Giriamo quindi circospetti tra le vie, tenendoci stretti gli zaini in quanto terrorizzati all’idea che qualche mano lesta potesse rubarceli (in realtà gran parte dell’ansia è da attribuire ad Alex, un po’ ipocondriaco a riguardo, ma di sicuro il clima che si respirava non ispirava tranquille passeggiate).

Visitiamo il palazzo del presidente, vari monumenti in giro per la città, il mercato centrale, ed iniziamo ad imparare qualcosa sulla cultura malgascia: il senso dei colori della bandiera (il rosso ed il bianco sono i colori che rappresentano la tribù Merina, l’etnia di maggioranza prevalente nell’altopiano centrale – di religione animista = bianco, e di forte rigore morale = rosso, mentre il colore verde indica il gruppo etnico degli Hova, contadini residenti lungo le coste, che ebbero un ruolo chiave nella lotta che portò all’indipendenza nel 1960 – devoti alla pace = verde), i saluti tradizionali (Salama!), qualche parola che sentiremo ripeterci continuamente (Vasa, vasa!).

Torniamo in albergo per il pranzo, e assaggiamo per la prima volta lo zebù: altro non è che una vacca con la gobba, ma è deliziosa e il primo incontro con la cucina malgascia ci convince appieno (…poveri illusi…).
Nel pomeriggio attendiamo che Alex e l’autista Michelle ci vengano a prendere per condurci alla Rova di Antananarivo, ovvero il magnifico Palazzo della Regina situato sulla parte più alta della città e da cui si gode di una meravigliosa vista sull’altopiano.
Si tratta praticamente dell’unico luogo turistico di Antananarivo, e lo visitiamo interessati accompagnati da una gentile guida sdentata, che rapidamente ci illustra una panoramica della storia del Madagascar e dei suoi re e regine.
Come ogni storia reale che si rispetti, la trama di tradimenti, matrimoni, colpi di stato ecc… è più complessa della trama di Beautiful, dunque rinunciamo a tentare di ricordare tutta la complessa genealogia che ci viene spiegata e ci intratteniamo a cercare di pronunciare gli improponibili nomi dei sovrani e delle regine (Radama I, Ranavalona I, Rasoherina, Ranavalona II, Ranavalona III ecc…).
Terminata la visita, il bello deve ancora venire! Ci è stato promesso un tramonto mozzafiato in un posto speciale, ma non crediamo ai nostri occhi quando, giunti alla cattedrale di Antananarivo, Alex “corrompe” una guardia della sicurezza locale con la solita mancetta e fa aprire solo per noi il cancello che conduce ad una stratosferica terrazza panoramica posta proprio sotto la madonna di Antananarivo.

La vista è straordinaria, e poi cosa c’è di più bello di poter assistere ad un meraviglioso tramonto sulla città sapendo di essere i soli a poter accedere a quel posto?
I tramonti in Africa hanno sempre quel qualcosa in più: il sole sembra più grande, più rosso, e il buio incede veloce lasciando poco spazio al crepuscolo. In men che non si dica infatti si fa buio, ed è ora di tornare (di corsa, prima di essere rapiti…) in hotel.
Tornati in albergo sembra ormai notte fonda (anche se sono solo le sei di pomeriggio), quindi dopo una veloce cena a base di pizza sul nostro amato rooftop (già, siamo già arrivati alla pizza, se così si può chiamare) decidiamo di andare a letto.
Domani, infatti, si riparte già: ci aspetta un volo di prima mattina che ci condurrà a Morondava, la terra dei Baobab.
GIORNO 2 – MORONDAVA, NELLA TERRA DEI BAOBAB
Il nostro secondo giorno in Madagascar ha inizio molto presto, con un volo di prima mattina di Air Madagascar.
Per Alex la prudenza non è mai troppa, e dunque decide di portarci in aeroporto esageratamente presto (non sia mai che Air Madagascar, soprannominato dai malgasci “Air Maybe” – per un buon motivo – decida di cambiare improvvisamente l’orario del volo e di partire prima del previsto!): peccato che l’accesso alla sala d’aspetto sia contingentato e dunque ci tocchi aspettare per ore al freddo e al gelo letteralmente fuori dall’aeroporto.

A dispetto delle nostre (poche, pochissime) aspettative, il volo parte incredibilmente in orario!
Le aspettative per questa giornata sono molto alte: è indubbiamente la giornata più attesa da Leo perché ci stiamo dirigendo verso un luogo unico al mondo, ovvero la patria dei baobab, che promette fotografie mozzafiato. Anche Tecla è estremamente elettrizzata all’idea di ammirare dal vivo questi giganti millenari di cui tanto si sente parlare (un po’ meno elettrizzata al pensiero di dover scattare fin tarda notte, e poi all’alba…si dormirà mai???).
Ed eccoci quindi a metà mattina già diretti verso il sud del Madagascar: già dall’aereo notiamo che il paesaggio è cambiato molto da quanto visto finora: sotto di noi si estendono distese desertiche, e già da quell’altezza possiamo intravedere qualche baobab solitario che svetta in mezzo al nulla! Ancora più diverso è il clima che ci accoglie: neanche scesi dall’aereo ci rendiamo subito conto che le felpe e maglioni sono finalmente da mettere via perché il caldo è estremo in confronto ad Antananarivo!
Attendiamo i bagagli che arrivano su un nastro trasportatore che non trasporta un bel niente, dato che altro non è che una panca su cui a mano vengono scaricate le valige che sono state trasportate dalla pista fino in aeroporto su un carretto trainato da zebù.
Veniamo accolti dalla nostra guida del sud del Madagascar, Michaela, che fin da subito si dimostra molto attenta e disponibile con noi, e che ci porta in hotel per il check-in e per un po’ di relax prima del tour de force che ci attenderà questa sera.
Ma figurati se noi perdiamo tempo in albergo quando c’è così tanto da esplorare!
Dopo aver lasciato le valigie ne approfittiamo per andare subito a vedere il mare, che però si rivela un miraggio: il tempo che si impiega per raggiungere la riva dalla spiaggia è impressionante, in quanto questo tratto di costa è caratterizzato da infinite distese di sabbia che più che essere al mare danno l’impressione di trovarsi in mezzo al deserto.

Raggiunta l’acqua, decretiamo che il mare qui è decisamente sotto le aspettative: non che questa costa fosse particolarmente famosa per avere un’acqua cristallina, ma non immaginavamo che qui l’oceano fosse così agitato e sporco a causa della confluenza con il fiume, le cui acque si mischiano durante i cicli di marea.
Per questo, dopo una lunga passeggiata decidiamo di crogiolarci al sole (rischiando fin da subito un’ustione di terzo grado).
Tornati in hotel, attendiamo la nostra auto che presto ci conduce verso i famosi baobab del Madagascar! Imboccata la pista di sabbia, la strada è lunga e accidentata, ma già dopo qualche centinaio di metri lo spettacolo che si apre ai nostri occhi è straordinario: all’orizzonte iniziano a comparire sparsi qua e là maestosi baobab, e si susseguono uno dopo l’altro incredibili punti fotografici.
Imbocchiamo una deviazione e ci dirigiamo verso la prima tappa del tour: i Baobab degli innamorati, cioè due baobab intrecciati che crescono formando un’unica pianta.
Dopo questa piccola sosta ci dirigiamo verso l’attrazione principale, l’Alles deu Baobab. Chiamato il “Viale dei Baobab”, si tratta di uno dei luoghi più visitati della regione, in quanto a differenza del resto degli alberi diffusi nella regione, qui baobab alti almeno 30 metri costeggiano la strada tra Morondava e Belo sur Tsiribina in modo assolutamente geometrico, quasi si trattasse di altissime colonne di un antico tempio.


Ciò che si apre ai nostri occhi è veramente impressionante: questi giganti sono vecchi migliaia di anni e sono conosciuti localmente come “Renala”, in malgascio “madre della foresta”.
Purtroppo, a rovinare l’effetto mistico del luogo ci pensano le centinaia di cinesi appostati ovunque, intenti a mettersi in posa per i loro balletti e i loro tik tok…sembra un’invasione!
Ciò non ci impedisce comunque di godere appieno di questo posto magico, e ci posizioniamo in attesa del tramonto, che si rivelerà favoloso. Solo l’Africa sa regalare emozioni così.
Man mano che la luce si abbassa e il buio avanza, le orde di turisti iniziano a scomparire, e il luogo finalmente inizia a mostrarsi in tutta la sua autenticità.
Questa è una sera speciale: è prevista un’eclissi totale di luna, e noi assisteremo a questo spettacolo da questo luogo unico al mondo!


Ci piacerebbe dire di aver calcolato tutto, ma la realtà è che è la fortuna ad essere dalla nostra parte: non solo assisteremo a questo avvenimento incredibile, ma l’eclissi ci consentirà anche di vedere e fotografare la Via Lattea sotto i Baobab, cosa altrimenti impossibile dato che la luna in questi giorni è praticamente piena!
Dopo una cena a base di zebù a lume di candela sotto un immenso baobab (i grilli cantano, e ci sono una pace ed una tranquillità impossibili da descrivere) attendiamo che faccia buio.
Ed è quando la luna viene oscurata che improvvisamente il cielo si accende di mille stelle: lo spettacolo è indimenticabile e anche questa volta il cielo dell’Africa non delude.
Scattiamo per ore, poi stanchi ma molto soddisfatti ci dirigiamo verso il nostro albergo.
GIORNO 3 – BETANIA E MORONDAVA, TRA VILLAGGI E BAOBAB

La mattina del terzo giorno inizia in modo molto tranquillo: incredibilmente, per la prima volta da inizio vacanza la sveglia non suona prima dell’alba, e possiamo addirittura concederci di fare colazione con calma (ma il ricordo delle squisite brioches di Le Fred è – appunto – solo un ricordo.
Anche oggi pomeriggio ci attenderà un tramonto sul viale dei Baobab, mentre stamattina ci dedicheremo a conoscere meglio la popolazione locale dell’isola di Betania.
In realtà non si tratta di una vera e propria isola, ma viene definita così in quanto questo villaggio di pescatori si trova in una posizione geografica unica, circondato dall’acqua su tutti e quattro i lati: su un versante il Canale di Mozambico, dalle altre parti il fiume di Morondava. Durante l’alta marea il livello dell’acqua sale talmente tanto che diventa impossibile raggiungere la terraferma a piedi, e per questo motivo il mezzo di trasporto utilizzato dagli abitanti locali per muoversi è esclusivamente la piroga.
Ed infatti, per immergerci totalmente nella cultura locale, il nostro mezzo di trasporto odierno sarà proprio una piroga!
Ci imbarchiamo dalla spiaggia di Morondava, e dopo un rapido giro tra le mangrovie (che ci costa il coperchietto laterale della Insta360, precipitato in acqua e ormai cibo per pesci) arriviamo al villaggio di Betania.
Questo villaggio è uno dei più tipici e autentici della zona e offre un’esperienza unica per immergersi nella cultura e nel modo di vivere dei pescatori locali.
Ci fermiamo subito ad osservare il via vai delle persone nella zona del porto, dove tutte le piroghe dei pescatori attraccano quando rientrano dal loro giro di pesca notturna: la quantità di pesce pescato è impressionante e la rete strapiena quasi fatica a stare nello stretto spazio della piroga di legno (che in larghezza ospita a malapena una persona).

Continuiamo la nostra passeggiata tra le tradizionali case di legno, dove ognuno è affaccendato a svolgere un compito diverso per il benessere di tutti gli abitanti del villaggio: c’è chi costruisce piroghe, chi coltiva verdure, chi asciuga e pulisce le reti da pesca, chi intrattiene i bambini…osservarli nella loro quotidianità ci fa entrare in profonda sintonia e connessione con la gente del luogo.
Indubbiamente la povertà è evidente: queste persone vivono con poco o niente, dormono nello sporco della terra e della sabbia in capanne improvvisate, mangiano per terra…eppure, qui la povertà sembra fondersi con una profonda accettazione e con un sincero riconoscimento e ringraziamento per ciò che hanno a disposizione.
La gentilezza degli abitanti di Betania ci scalda il cuore: molti bambini e ragazzini alla vista dei “vasa vasa!” ci corrono incontro e ci vengono a salutare allegri mettendosi volentieri in posa per farsi scattare delle foto, e questo senza chiedere nulla in cambio se non un po’ di cibo.
Ben presto è ora del pranzo, e terminato il nostro giro del villaggio ci dirigiamo quindi verso la spiaggia di Betania.
Lì ad attenderci troviamo un gazebo improvvisato con tronchi e teli, e un mastro focaio che inizia a scaldare la brace per grigliare per noi il pesce appena pescato.
Giusto il tempo di una rapida passeggiata sulla spiaggia (volevamo nuovamente provare a raggiungere il mare, che continuava ad apparire come un miraggio tra le infinite distese di sabbia bianca) e poi è ora del pranzo: il pesce è freschissimo ed è squisito, e ne mangiamo a volontà, ignari del fatto che questo menù ci avrebbe perseguitati poi ancora e ancora…

Finito di mangiare ci crogioliamo sotto il sole, e in men che non si dica arriva il pomeriggio.
Dopo l’attraversamento in piroga, Michaela decide di farci provare il mezzo di trasporto tipico di Morondava: il cus cus, ovvero una sottospecie di carrozza che invece di essere trainata da cavalli è attaccata ad una bicicletta. Avete letto bene: c’è un pover’uomo che deve pedalare a manetta per trasportare i turisti che si fanno scarrozzare da una parte all’altra della città!
Recuperiamo l’auto, e ormai la strada la sappiamo a memoria: in men che non si dica siamo nuovamente sotto i maestosi Baobab, pronti ad assistere ad un nuovo emozionante tramonto. Stasera è ancora meglio di ieri: il cielo si infuoca regalandoci uno spettacolo magnifico con le silhouette scure dei grandi alberi che svettano sul cielo arancione tipico dei tramonti africani.
Nonostante le centinaia di turisti che assistono al tramonto insieme a noi, si respira un’atmosfera magica: i suoni della natura (e quelli molto meno naturali di un dj molesto che ha scelto proprio questa location per far sfoggio delle sue – poche – doti musicali) accompagnano il lento calare del sole, fino a quando il buio prende il sopravvento e ci ritroviamo nuovamente ad assistere all’accendersi luminoso della Via Lattea nel cielo del Madagascar.
Purtroppo, è ora di tornare in albergo, perché l’indomani mattina la sveglia suonerà molto, molto presto: mai contenti (ammettiamolo, Tecla in realtà sarebbe già stata soddisfatta così), torneremo infatti sul Viale dei Baobab per ammirare l’alba, per poi dirigerci direttamente in aeroporto. Ci infiliamo quindi sotto le coperte e rapidamente prendiamo sonno.
GIORNO 4 – RITORNO AD ANTANANARIVO E AVVICINAMENTO AD ANDASIBE

Anche stamattina la sveglia suona prima delle quattro: inizia a diventare quasi un’abitudine, anche se la stanchezza inizia a farsi sentire. Confidiamo nel fatto che però tutta questa fatica sarà ripagata dallo spettacolo incredibile a cui assisteremo.
L’organizzazione impeccabile del team di Bruno fa sì che anche oggi siamo i primi ad arrivare al Viale dei Baobab, quando tutto è ancora scuro e le stelle splendono ancora in cielo, potendo quindi goderci quell’intima atmosfera che caratterizza i minuti che precedono l’alba. Ciò ci consente di scattare delle foto notturne molto particolari e suggestive, con il buio che piano piano inizia a lasciar spazio al chiarore rossastro del sole che inizia a sorgere. E per fortuna che siamo arrivati così presto, perché tempo di fare qualche scatto e non appena il chiarore inizia a diffondersi arriva di corsa una flotta di cinesi, che, come al solito, inizia a prendere possesso del luogo mettendosi in posa per farsi selfie…rovinando l’atmosfera oltre che le foto.
Scegliamo quindi un buon punto per scattare l’alba e aspettare che la palla infuocata salga sull’orizzonte, e verso le sei finalmente questo spettacolo avviene regalandoci un mix di colori e sensazioni incredibili.
L’alba in Africa è sempre speciale. (P.S. Tecla sostiene che lo sia anche il tramonto, che evita la faticaccia di alzarsi così presto…)
Ci piacerebbe molto tornare a letto a questo punto, mentre invece ci aspetta un altro aereo!
Ci dirigiamo quindi in aeroporto, dove troviamo due belle sorprese: prima, l’aereo, previsto in partenza alle 9 circa, è in ritardo di almeno due ore (ed era già stato posticipato di un paio d’ore! Madagascar Airlines non è certo famosa per la sua puntualità e per le sue ottime recensioni infatti…); seconda, anche se finora nessuno ci aveva mai fatto storie, a quanto pare il personale di questo aeroporto non è contento di vedere i treppiedi trasportati come bagaglio a mano, e prendendo la scusa del peso ci obbligano a riporli nel bagaglio da stiva.

Finalmente verso le 11 riusciamo a partire, e una volta atterrati ad Antananarivo incontriamo la nostra nuova guida che ci porta a mangiare il nostro primo pasto degno di essere chiamato tale (hamburger di zebù e patatine fritte, e carpaccio di zebù: veramente squisiti, li rimpiangeremo a lungo!).
Adesso è ora di partire, direzione Andasibe.

L’Andasibe-Mantadia National Park è un’area naturale protetta ubicata nella parte orientale del Madagascar, a circa 150 km da Antananarivo. Con i suoi 16.000 ettari di foresta pluviale lussureggiante, questo parco naturale è il luogo ideale per osservare i più famosi abitanti del Madagascar: i lemuri. Tra gli abitanti più famosi del parco ci sono l’Indri Indri, il lemure più grande del mondo noto per il suo canto melodioso (vi ricordate Re Julien??), il Sifaka Diadema, famoso per i suoi salti agili, il Microcebo rosso, un piccolo lemure notturno (e Mortino invece??).
Nonostante i chilometri non siano molti, la strada è molto tortuosa e ci si impiega più di quattro ore a percorrerla da Antananarivo. Assistiamo a delle scene veramente surreali con sorpassi tra camion, saluti a suon di clacson…
A causa del ritardo di Air Madagascar arriviamo in struttura giusti giusti per fare il check-in e senza possibilità di prendere neanche possesso della nostra capanna…infatti è prevista una visita notturna nella riserva V.O.I.M.M.A., l’unico parco dove è possibile osservare i piccoli lemuri notturni. Accompagnati dalla nostra guida e armati di frontali, ci addentriamo nella buia foresta: è un’esperienza surreale e veramente suggestiva. Gli unici rumori sono il fruscio delle foglie al nostro passaggio, il canto dei gufi che popolano la foresta di notte, e la nostra guida che cerca di attirare i lemuri con degli strani suoni (che il giorno dopo impareremo a conoscere molto bene).
Siamo abbastanza fortunati, e nel giro di poco riusciamo a scorgere un piccolo lemure notturno che si nascondeva tra le fronde degli alberi. Purtroppo la fortuna finisce qui, e per le successive due ore di ricerca non incontriamo altri animali (ad eccezione di un grosso serpente Boa che ci attraversa la strada – per tutti è innocuo ma a noi fa impressione, e ci dicono che averlo intravisto è una fortuna incredibile!).
Stanchi e infreddoliti ci dirigiamo quindi verso il nostro lodge, che fortunatemente dista giusto pochi minuti di auto. Non vediamo l’ora di mangiare un pasto caldo e di chiuderci al caldo nella nostra capanna!
E invece…E INVECE… ad aspettarci c’era una misera cena, cotta ore prima e appena appena scaldata, che gustiamo al freddo e al gelo, e soprattutto al lume di torcia, dato che il generatore aveva deciso di dare forfait e per tutta la sera la corrente andava e veniva.
Ci dirigiamo allora verso la nostra camera, anche lì completamente ignari del freddo che avremmo patito quella notte. Il giorno prima stavamo prendendo il sole e la temperatura notturna era di almeno 25 gradi, mentre qui siamo piombati in pieno inverno e siamo appena sopra lo zero. Stare dentro la capanna equivale praticamente a stare all’aperto, e quindi l’unico modo per riuscire ad addormentarci è infilarci sotto due piumoni, vestiti con felpe, pile, pantaloni lunghi e qualsiasi altro strato a disposizione: una nottata degna di una baita sulle Dolomiti!
GIORNO 5 – ANDASIBE, NELLA TERRA DEI LEMURI
L’indomani mattina la sveglia suona di buon’ora e ci attende una colazione a suon di pane, burro e marmellata, oltre alle immancabili scramble eggs che abbiamo imparato essere presenza fissa in ogni colazione qui in Madagascar.
La nostra colazione è inoltre accompagnata da un suono molto particolare, a tratti anzi abbastanza inquietante: si tratta dei lemuri Indri Indri, famosi per i loro “canti” mattutini, ossia sequenze sonore che possono durare dai 45 secondi ai 3 minuti con un’intonazione estremamente struggente.
Purtroppo, è già ora di fare i bagagli: sapevamo già da casa che saremmo riusciti a goderci ben poco questo lodge, ma lo abbiamo scelto per l’innegabile comodità di essere vicinissimi alla foresta di Andasibe.
Infatti, in pochi minuti siamo già pronti al limitar del bosco, in attesa che la nostra guida ritiri i biglietti di ingresso all’Andasibe-Mantadia National Park, nato nel 1989 con la volontà di preservare le 14 specie di lemuri, 108 specie di uccelli, 51 specie di rettili, 84 specie di anfibi e tutta la flora endemica dal pericolo della deforestazione.

Non pretendiamo certo di esplorare tutti i 15.480 ettari di parco, ma il percorso che la nostra guida ha pensato per noi ci consentirà di avere un assaggio dell’eccezionale biodiversità di questa foresta pluviale.
E così ci incamminiamo, sentendoci molto Indiana Jones in partenza per una nuova avventura.
Potremmo dover camminare per ore, ci viene detto, prima di scorgere qualche lemure o altro animale, perché il parco è enorme e naturalmente non siamo in uno zoo dove gli animali sono fissi in un determinato luogo e si ha quindi la sicurezza di incontrarli. Eppure, questa volta la fortuna ci assiste, e non passa molto tempo da quando entriamo nella foresta che ci ritroviamo letteralmente circondati da una famiglia di esemplari di Sifaka Diadema, un grande lemure dal manto arancione, noto per i suoi salti e le sue acrobazie fra le liane.
Restiamo incantati ad osservarli per ore, intrufolandoci tra una liana e l’altra per avere le migliori inquadrature di scatto, e per cercare di scorgere il piccolo lemurino che la sua mamma tiene stretto in grembo.
Naturalmente non possiamo andar via senza aver visto sua maestà l’Indri Indri, dunque la nostra guida ci conduce tra ripidi sentieri, fiumi da guadare in equilibrio su tronchi (questo passaggio è stato proprio degno di Indiana Jones eh!) alla ricerca anche di questo esemplare.
E la missione di osservare anche il lemure più grande del Madagascar non fallisce: eccoli lì, enormi e comodamente accovacciati su altissimi alberi; assomigliano in realtà ad orsetti o a koala, ma veniamo messi in guardia sul fatto che siano molto meno teneri di quel che possa sembrare.

Soddisfatti, ci incamminiamo verso l’uscita del parco e ci dirigiamo verso un “ristorante internazionale” (così ci viene presentato) per mangiare un boccone prima di rimetterci in viaggio. Decidiamo quindi di farci del male e di provare anche qui una “italian pizza”…che di italiano non ha proprio nulla: doveva essere una margherita, ma viene non si sa come trasformata in un letale mix di peperoni, cipolla, salame di pollo e chi più ne ha più ne metta.

Sulla via del ritorno verso Antananarivo è prevista una sosta alla Reserve Peyrieras Madagascar Exotic, una sorta di zoo esotico dove poter ammirare da vicino diverse specie esotiche diffuse unicamente in Madagascar. La collezione comprende numerosi rettili (camaleonti, iguane, gechi, rane), batraci (anfibi), coccodrilli, farfalle, e un gruppo di lemuri Sifaka di Coquerel “addomesticati”, che si reca lì ogni giorno per essere nutrito.
Ci divertiamo quindi a giocare e a dare da mangiare a questi piccoli lemuri, e ad ammirare da vicino molte specie di camaleonti coloratissimi e dalle forme insolite.
La cosa straordinaria di questi animali è vedere come catturano la loro preda con la loro immensa lingua: lunga tanto quanto il resto del corpo e tenuta arrotolata all’interno della bocca, riesce a catturare con una precisione millimetrica le povere libellule e cavallette che vengono offerte come spuntino.
Terminata la visita al parco ci aspettano altre due ore di auto, interrotte per fortuna da una sosta sulla RN2 nei pressi della zona dell’altopiano dove si possono ammirare campi e risaie: il tramonto è uno dei più belli visti finora in Madagascar.

Arriviamo nella capitale e ci dirigiamo direttamente al nostro appartamento vicino all’aeroporto: la mattina dopo il volo sarà molto presto, quindi l’intenzione è di sistemare i bagagli e andare direttamente a dormire.
L’appartamento ha un che di assurdo e labirintico, con le sue dieci stanze, sette corridoi, quattordici porte e chi più ne ha più ne metta: non sapremmo dire che forma avesse la piantina di quella casa, ma di certo chi l’ha progettata era evidentemente ubriaco.
Decidiamo di fare un check dei contanti rimasti in moneta locale per essere sicuri di averne abbastanza per i successivi giorni e di non dover andare nuovamente a cambiare, e la sorpresa che ci attende è alquanto amara: mancano più di 1.000.000 di ariary all’appello. Cerchiamo e ricerchiamo svuotando completamente sia le valige che gli zaini, ma ci sembra purtroppo evidente dover ammettere che sia successo quello che mai nessuno vorrebbe che succedesse in vacanza o in nessuna altra occasione: siamo stati derubati.
Non c’è molto da aggiungere su quella serata. Delusi, arrabbiati e amareggiati, chiudiamo le valige e ci infiliamo sotto le coperte.
GIORNO 6 – SI VA AL NORD, DIEGO SUAREZ ARRIVIAMO!
Anche oggi la sveglia suona molto presto, e dopo una veloce colazione in aeroporto è subito ora di prendere il nostro volo in direzione Diego Suárez: ci sposteremo infatti di più di 1.000 km verso nord, raggiungendo il punto più settentrionale di tutto il Madagascar.
Stanchi come siamo, prendiamo subito sonno, ma il volo non è particolarmente tranquillo e le vibrazioni dovute alle turbolenze ci svegliano di soprassalto. Già da lì avremmo dovuto capire quanto sarebbe stato arieggiato e ventilato il Nord!
Per questi giorni di esplorazione del nord dell’isola ci accompagnerà una guida d’eccezione: ad accoglierci in aeroporto c’è infatti finalmente Bruno in persona.
Dopo mesi passati a sentirci telefonicamente, ci eravamo creati un’immagine chiara nella nostra testa di come sarebbe stato quest’uomo: basandoci su una voce molto delicata ci eravamo immaginati un ometto gracilino e di bassa statura; invece, nulla di più lontano dalla realtà! Bruno è un ragazzo alto e muscoloso che non passa di certo inosservato!
Con la sua presenza fisica ma soprattutto con la sua personalità travolgente ci mette fin da subito completamente a nostro agio; siamo improvvisamente sicuri che questi giorni di tour del nord saranno indimenticabili, e i nostri cuori si alleggeriscono della preoccupazione legata all’amara scoperta della sera prima.
Insieme a Bruno, ad attenderci in macchina c’è il nostro autista (decisamente il più elegante di tutto il Madagascar, tutto impettito e in giacca e cravatta) che ci scorterà in giro per i parchi del nord. Tempo di caricare i bagagli e partiamo subito in direzione Madakite Camp, ovvero la struttura dove alloggeremo per i prossimi tre giorni.
Non passa molto tempo che dentro di noi inizia a farsi strada una amara consapevolezza… forse abbiamo sbagliato a fare qualche considerazione nella scelta dell’alloggio. Intanto il nome, che avrebbe dovuto sicuramente suggerirci qualcosa: Mada “kite” Camp è una bellissima struttura posizionata in posizione privilegiata sulla baia di Sakalava, una delle tre baie più grandi e famose della zona. Peccato che la “posizione privilegiata” sia per chi (sicuramente NON NOI) pratica il kite-surf, perchè si tratta di una delle spiagge più ventose ed esposte di tutto il Madagascar.
Ed ecco sfumare tutti i nostri progetti di passare le nostre serate a passeggiare sulla spiaggia, di fare un bel bagno nell’oceano una volta rientrati dalle varie escursioni ai parchi…perchè la spiaggia è più che altro un susseguirsi di dune modellate dal vento, e il mare…beh, con la corrente e le onde che ci sono probabilmente entrare in acqua significherebbe essere trasportati direttamente fin in Sudafrica!
Per non parlare del fatto che la strada per raggiungere la struttura fosse sostanzialmente una pista di sabbia, degna dei migliori fuoristrada, e che quindi i 15 km dal centro di Diego Suarez fino al Madakite Camp siano diventati un’ora abbondante di strada.

Quando finalmente arriviamo al MadaKite camp, la scena che ci accoglie è abbastanza surreale:
- innanzitutto, sarebbe stato vietato raggiungere la struttura in macchina e avremmo dovuto essere recuperati presso il villaggio locale da un carro trainato da zebù. Ma stranamente (…) nessuno della struttura è lì ad aspettarci. Per fortuna il nostro super autista se ne infischia dei cartelli stradali e decide di scortarci abusivamente fino a davanti alla struttura.
- Scarichiamo quindi i bagagli, e per fortuna Bruno decide di accompagnarci alla reception per assicurarsi che trovino la nostra prenotazione e che sia tutto apposto (neanche se lo sentisse!): morale della favola, non è così, e la persona che ci ha confermato la prenotazione sembra essere un fantasma. Non solo sembrano non trovare la nostra prenotazione (nonostante sia stata pagata in anticipo), ma non si sa neanche se ci sia un bungalow libero per noi!
Rimaniamo lì ad attendere il nostro destino per un’ora abbondante, con le persone alla reception che non sembrano nè dispiaciute nè preoccupate. C’è un clima di caos, con un’anziana signora con un turbante in testa, che definiremo d’ora in poi Sciamana, che non capisce una parola di inglese, e un paio di ragazzine che sembrano completamente spaesate.
Infine, trovano un bungalow per noi e ci fanno accomodare, ma sembra che l’unico disponibile sia quello fronte mare che aveva un costo decisamente più alto. Sorridiamo per questa opportunità straordinaria perchè il bungalow che ci hanno assegnato è addirittura a due piani ed è assolutamente di lusso, e ringraziando lasciamo i bagagli in camera per poi partire per la nostra escursione alle tre baie di Diego Suarez.
Non facciamo tre passi, che subito veniamo richiamati all’ordine dalla Sciamana: nonostante l’errore sia stato loro, vogliono che venga pagata un’integrazione per questa nuova sistemazione che ci hanno assegnato. La cifra è folle e ci rifiutiamo, quindi ci viene fatto capire che al nostro ritorno quella sera avremmo trovato le valigie fuori dalla porta, e che avrebbero trovato il modo di recuperare un altro alloggio simile a quello che avevamo prenotato inizialmente.
Spoiler: il nostro alloggio sarà la capanna B10, ovvero quella (decisamente per punizione) più piccola e buia di tutti, e la più distante in assoluto dal mare.

Per fortuna c’è Bruno a rallegraci la giornata, e tra i suoi vari borbottii sulla poca professionalità di questa struttura ci dirigiamo verso le famose 3 baie: la Baia di Sakalava, la Baia delle Dune e la Baia dei piccioni.
La baia di Diego Suarez, anche nota come Antsiranana Bay è una baia naturale che si estende lungo la costa nord-orientale del Madagascar.
Con i suoi 155 km di costa è la seconda al mondo per grandezza dopo quella di Rio de Janeiro, e fu scoperta per la prima volta dagli esploratori europei nel 1500: i marinai al servizio del Portogallo diedero alla baia il nome del capo della loro spedizione, Diego Soares, e per la sua conformazione geografica unica la baia fu in seguito utilizzata come rifugio da pirati e corsari durante l’età d’oro della pirateria.
Però oggi la fortuna gioca proprio a nostro sfavore: le baie avrebbero un meraviglioso colore verde smeraldo, ma arriviamo in un momento in cui il cielo è nuvoloso, il vento – degno della migliore Bora triestina – è tanto forte da non riuscire a stare in piedi, e le baie sono in bassa marea, per cui i colori sono pressoché grigiastri.
Decidiamo che è meglio andare a mangiare, e ci dirigiamo quindi verso la spiaggia di Ramena, dove ad aspettarci c’è un ottimo banchetto in riva al mare con dell’ottimo pesce fresco (quel pesce che tanto desideravamo e che entro un paio di giorni sarebbe diventato il nostro peggior incubo).

Il tempo vola ed è già quasi ora del tramonto, per cui ci dirigiamo verso la Montagna Francese, un massiccio calcareo alto 400 mt il cui nome deriva dall’importanza strategica assunta durante l’occupazione francese dell’isola: la vetta di questa montagna rappresentava uno strategico punto di avvistamento da cui sorvegliare l’intera baia ed avere una vista completa sul Canale di Mozambico e sull’Oceano Indiano.
Sulla sommità della montagna sorge infatti una vecchia roccaforte militare costruita tra il 1902 e il 1908, ed è proprio da lì che osserveremo il tramonto, ammirando un panorama incredibile su tutta la Baia di Diego Suarez, in mezzo alla quale sorge il particolarissimo isolotto di Nosy Lonja, sacro per la popolazione locale e chiamato “Pan di Zucchero”.
Nessuno si sarebbe però sognato di dover affrontare un vero e proprio trekking degno dei migliori rifugi delle Dolomiti per raggiungere il punto panoramico, specialmente Tecla (ma non eravamo andati in Madagascar per il mare???).
Sarebbero state due ore di cammino, ma il passo della nostra guida era al limite della corsa in salita… dunque, siamo arrivati alla cima sfiniti ma ben prima di quanto avremmo immaginato (ho menzionato che abbiamo dovuto salire 600 scalini di seguito???).
Bruno, evidentemente molto più allenato di noi, era lì fresco e riposato, intento – da bravo travel blogger – a fare video e foto a 360° con la sua Insta360.
Il tramonto non delude, e dopo aver ammirato il calar del sole nel canale di Mozambico impugniamo le frontali e iniziamo la discesa (per fortuna che avevamo noi le frontali, perché fosse stato per Bruno o per la guida avremmo dovuto farla tutta alla cieca o con al massimo la torcia del cellulare).

In poco più di mezz’ora siamo arrivati alla macchina, e poco passa che siamo in direzione MadaKite Camp, dove scopriamo che la Sciamana ha già fatto spostare i bagagli nella capanna nelle retrovie. Ebbene, la differenza rispetto al bungalow della mattina si vede eccome, ma siamo talmente stanchi che dormiremmo anche per terra!
GIORNO 7 – MONTAGNE D’AMBRE NATIONAL PARK, TRA LAGHI E CASCATE
Al nostro risveglio questa mattina – pur di non mangiare di nuovo uova sbattute e omelette – ci accontentiamo di una rapida colazione a base di Pringles e biscotti.
Oggi esploreremo il Montagne d’Ambre National Park, un’enorme area naturale protetta di 18.200 ettari che si sviluppa intorno all’omonimo massiccio vulcanico (alto 1474 mt) come una rigogliosa e lussureggiante foresta pluviale.
Nel parco sono presenti numerosi laghi, fiumi e cascate, e la fauna di Montagne d’Ambre è caratterizzata da molti endemismi del Madagascar, ma anche da endemicità esclusive della zona: vi si possono trovare ben 77 specie di uccelli, 25 specie di mammiferi tra cui 7 varietà di lemuri diurni e notturni, 6 predatori carnivori e 60 specie di rettili, fra cui il camaleonte più piccolo del mondo, la Brookesia nana, che può raggiungere una lunghezza di al massimo 3 cm. La flora della Montagne d’Ambre è altrettanto ricca, con oltre 1.000 specie di vegetali sinora censite, fra cui rarissime orchidee, enormi felci arboree e gigantesche felci epifite a forma di nido di uccello che crescono sul tronco di altri alberi. La foresta è popolata inoltre da preziose essenze di legno come il palissandro e da straordinari esemplari di ficus strangolatore.
Tempo di salire in macchina, e Bruno (che a quanto pare ha particolarmente a cuore la nostra salute e non ha intenzione di farci partire prima di aver consumato un sostanzioso pasto) decide che la prima tappa sarebbe stato un panificio per recuperare brioches e dolcetti in abbondanza. Non ci possiamo decisamente lamentare, perché effettivamente questa colazione si rivela essere la più deliziosa (e simil italiana) di tutta la nostra vacanza in Madagascar.
Con l’occasione, dato che il panificio si trova esattamente davanti ad un supermercato, ne approfittiamo per fare scorta di snack e birrette a poco prezzo, che ci serviranno come pranzi durante l’ultima parte della vacanza che ci vedrà (finalmente) in relax sull’isola paradisiaca di Nosy Iranja.

Arrivati al parco veniamo presentati a Giole, una delle guide più preparate e appassionate che abbiamo mai incontrato, che inizia subito ad illustrarci le caratteristiche e la geografia del parco, spiegandoci tra l’altro l’etimologia del nome “Montagne D’Ambre”: la ragione più accreditata del nome è la resina dorata o ambrata che trasuda dalla corteccia di alcuni alberi della foresta, d’uso comune per le popolazioni locali grazie alle sue proprietà mediche; un’altra spiegazione invece ricollega il nome all’aspetto brillante dei fiori di alcuni alberi che ricoprono la montagna e che da lontano riflettono la luce in modo simile all’ambra.
Dall’illustrazione della mappa capiamo subito che quello che ci aspetta è un trekking di tutto rispetto, reso ancor più impegnativo dal fatto che Gioele abbia un passo all’altezza dei migliori marciatori.

La parte più faticosa sarà sicuramente quella che ci condurrà al Lac Maudit, ovvero un lago vulcanico posto poco al di sotto della vetta della Montagna d’Ambra dal singolare colore verde acceso (a causa di una particolare specie di plankton che vive al suo interno), che prevede un ripido tratto in discesa di circa 350 mt di dislivello che – chiaramente – dovrà essere ripercorso tutto in salita…
Durante il percorso abbiamo degli incontri molto interessanti, in quanto riusciamo ad avvistare ben due famiglie di lemure coronato che saltano fra i rami della foresta: la nostra guida ha preso molto a cuore la nostra vocazione fotografica, e decide quindi di farceli “inseguire” a tutti i costi addentrandoci nella foresta senza remore e facendoci strada fra rovai ed enormi felci.
Dopo aver visitato il lago, il nostro tour prevede di raggiungere due cascate: la cascata di Antomboka e quella di Antakarana; la prima è particolarmente scenografica in quanto sfocia in un laghetto cristallino (dove abbiamo anche la fortuna di ammirare e fotografare un Martin Pescatore all’opera) circondato da lussureggiante vegetazione.
Questa cascata è tra l’altro molto importante per gli abitanti della zona di fede animista, in quanto rappresenta un luogo sacro dove le persone si recano durante alcuni giorni della settimana (non il martedì, che a quanto pare è per loro una brutta giornata – io avrei scelto il lunedì) per effettuare rituali e lasciare offerte alle divinità della foresta.
Mentre Leo continua intento a scattare foto alla cascata, Tecla si gode la spiegazione di Gioele sulle divinità animiste e sui relativi rituali, facendo infatti notare come sui sassi a ridosso del lago si trovino oggetti di ogni tipo, come bottigliette di rum, bandiere, fiori, e soprattutto monete e banconote.
Le bandiere sono rosse e bianche in quanto richiamano i colori della dinastia di Antakarana (discendente dall’oro e quindi assimilata al rosso) e di Sakalava (discendente dall’argento e quindi assimilata al bianco), i cui antenati ricoprono la funzione di “Razana”, ovvero di protettori e di intermediari tra gli uomini e la divinità Zanahary.
E qui accade una delle scenette più divertenti della vacanza: in quanto Leo non stava ascoltando le spiegazioni di Gioele in quel momento, e dunque, meravigliato di aver trovato diverse banconote sul greto del fiume, aveva iniziato a raccoglierle tutto contento e soddisfatto. Per fortuna Tecla si era accorta della situazione compromettente, e mentre distraeva Gioele con domande e curiosità, aveva intimato subito a Leo di rilasciare il bottino, spiegando che altrimenti sarebbero incorsi nell’ira di qualche divinità animista.
Il giro si conclude con un traguardo sudato ed agognato da parte di Gioele, cioè trovare e mostrarci il camaleonte Brookesia nana, ovvero il più piccolo del mondo: dopo innumerevoli arature fra le radici di tutte le piante incontrate sul nostro percorso, finalmente troviamo ben due esemplari, uno maschio e una femmina.

Usciti dal parco, è ora di andare a pranzo, e Bruno ci conduce in un bel posticino a mangiare dell’ottimo spezzatino di pollo e di zebù: tutto buonissimo, ma davvero non ce la facciamo più! Sazi e piuttosto stanchi chiediamo a Bruno di riportarci in struttura per goderci un po’ il Madakite Camp, in quanto la nostra intenzione era quella di stenderci un po’ sulla sabbia per prendere il sole in tranquillità. Ebbene, non avevamo però considerato il fattore vento: le raffiche sono talmente forti che mettersi giù significa subire una dolorosissima sabbiatura! Questo fa sì che la nostra sosta da piacevole diventi insopportabile, quindi decidiamo che passeggiare sia decisamente l’opzione migliore…annche perchè a breve ci attende un super massaggio che promette di rilassarci e farci recuperare tutte le energie.
Giusto il tempo di una doccia (salata – non avevamo specificato questa caratteristica del nostro bungalow B10???) e ci rechiamo in sala massaggi. Come nei peggiori film horror, Tecla si accorge con terrore che la massaggiatrice d’eccezione sarà per lei proprio la Sciamana. La paura era assolutamente giustificata, in quanto la richiesta di Leo alla sua massaggiatrice di ricevere un massaggio “energico” viene estesa non si sa perché anche a Tecla, e quello che doveva essere un momento rilassante si trasforma in una tortura cinese della durata di un’ora. Sicuramente ogni muscolo è stato rimesso al suo posto, ma le pressioni della sciamana sono state talmente intense che il giorno dopo tutto il corpo di Tecla era ricoperto di lividi a forma di dita! Per non parlare poi dell’olio di Baobab utilizzato, il cui odore ed untume ci sarebbero rimasti addosso per giorni nonostante le docce.
La serata si conclude così tra un drink e l’altro, in attesa di quella che promette essere – finalmente – la prima vera giornata di mare.
GIORNO 8 – IL MAR DI SMERALDO, FINALMENTE MARE!
Finalmente è il turno della prima vera e propria gita di mare della vacanza, tanto attesa quanto necessaria per avere uno stacco dai giorni di trekking nei Parchi che si stanno susseguendo a non finire.
Le aspettative per questa giornata sono molto alte, e il nome dice già tutto su cosa ci attendiamo di trovare durante questa escursione: il Mar di Smeraldo (Mer D’Emeraude) situato a nord nella baia di Diego-Suarez, è una vasta laguna dalle acque turchesi e cristalline, accarezzate da lunghe distese di sabbia bianca.
Insomma, mare di incredibili sfumature di azzurro e verde e finalmente quella sabbia borotalcosa che resta per noi il simbolo di ogni vacanza nel continente africano.
Partiamo quindi dalla nostra struttura dopo una rapida colazione a base di biscotti, con Bruno e l’autista che ci aspettano sempre con impeccabile puntualità sul retro del Madakite Camp. Prima o poi verranno a sapere dei nostri pick up abusivi, ma Bruno non sembra particolarmente preoccupato al pensiero, e dunque non lo siamo neanche noi.
Dopo la solita mezzoretta di auto per uscire dalla Baia di Sakalava, arriviamo a Ramena Beach, il punto di partenza della nostra escursione in barca.

Non che ci aspettassimo un transatlantico (ormai siamo ben abituati ai mezzi di trasporto africani), ma non pensavamo neanche che l’attraversamento di tutta la Baia di Diego Suarez sarebbe avvenuto a bordo di una piccola quanto instabile barca a vela.
Il viaggio fin da subito è molto movimentato, perchè purtroppo il Varatraza (come chiamano i malgasci il vento aliseo che soffia per otto mesi da aprile a fine novembre sulla costa nord-orientale del Madagascar) sprira rabbioso anche oggi rendendo l’acqua particolarmente mossa; questo vento, famoso per la sua regolarità e intensità, è infatti particolarmente forte nella baia di Sakalava e nella zona della baia di Babaomby – dove è situato il Mar di Smeraldo – che sono considerate non a caso tra i migliori spot al mondo per praticare il kitesurf.
Dopo esserci inclinati fino a quasi a rovesciarci ed essere diventati praticamente delle aringhe sotto sale con tutti gli spruzzi che arrivavano da tutte le direzioni, giungiamo in un punto in cui l’acqua è talmente fosforescente e l’azzurro così intenso da sembrare surreale: indubbiamente il Mar smeraldo si sta avvicinando.
Quando finalmente sbarchiamo, la scena che si presenta davanti ai nostri occhi è degna di Robinson Crusoe; veniamo accompagnati in questa piccola baietta dove l’acqua cristallina ha un colore meraviglioso e sulla spiaggia ci sono soltanto 5/6 capanne, tra cui la nostra, dove pranzeremo a base di pesce alla griglia e aragoste.

C’è veramente pochissima gente, forse appena due o tre coppie in tutto, e capiamo di aver fatto bingo nell’aver scelto questa gita po’ di nicchia.
Dopo un paio di selfie di rito con la nostra nuova Insta360, decidiamo che è ora di abbandonarci al relax e ci stendiamo al sole per una leggera tintarella; purtroppo però il Varatraza non dà tregua, e quindi è abbastanza impossibile rimanere a terra sdraiati per più di qualche minuto senza venir ricoperti dalla sabbia, che essendo sottile vola che è una meraviglia.
L’unica soluzione è quindi intervallare lo stendersi al sole con un bagno dietro l’altro, il che di sicuro non è un problema considerando quanto bella è l’acqua in questo paradiso naturale.

In men che non si dica arriva il momento del pranzo, e senza dubbio il banchetto che ci viene servito è solo da apprezzare, con aragoste fresche a volontà, pescioni enormi grigliati, granchi giganteschi in guazzetto, e l’immancabile ciotola di riso al cocco che è davvero una delizia per il palato; tuttavia noi del pesce alla griglia non ne possiamo già più, quindi la Banane au chocolat che ci viene servita come dessert è veramente una manna dal cielo.
Terminato il pranzo, Leo (irrequieto com’è) non vuole proprio saperne di rimettersi giù in relax, quindi decide di andare sull’unico punto panoramico dell’isola, una vecchia baracca in cima ad una duna di sabbia da cui è possibile osservare tutto il circondario. Peccato solamente che la marea inizi a scendere, quindi il Mar di Smeraldo inizia a perdere i suoi colori sgargianti.
In ogni caso sono quasi le 15 ormai, ed è ora di ripartire nonostante le nostre proteste (e tentativi di guadagnare tempo girando a destra e a manca – immancabilmente ripresi dai pescatori locali): non capiamo proprio perché in un momento così perfetto si debba andare via da questa isola…
Un motivo c’è in realtà, e lo capiremo soltanto una volta ripresa la nostra barca.
In viaggio dobbiamo infatti fare i conti con un’area del mare in secca a causa della bassa marea, dove iniziamo a grattare tutto il fondale: se fossimo venuti via soltanto una decina di minuti dopo, probabilmente saremmo rimasti incagliati in mezzo all’oceano!
Passata questa zona di bassa marea, il viaggio ricomincia a farsi movimentato a causa delle onde, e Bruno con il suo immancabile sorriso a 32 denti ci offre di ripararci insieme a lui sotto un telo in plastica, altrimenti ci saremmo lavati da capo a piedi con tutti gli schizzi che stavano arrivando.

La nostra gita si conclude così, e torniamo al nostro amato e odiato Madakite Camp.
É l’ultima sera qui ed è quindi ora di rifare le valigie.
La serata passa tranquilla tra una travagliata cena (hanno sbagliato tutte le comande e ci volevano rifilare nuovamente pesce!) e una immancabile partita a Indovina Chi sui divanetti della sala comune.
GIORNO 9 – TSINGY ROUGE, TRA I GIGANTI DI TERRA ROSSA!
Dopo questa breve pausa marittima, oggi è già ora di ricominciare con l’esplorazione dei parchi nazionali del nord del Madagascar: è il turno degli Tsingy Rouge (Tsingy Rossi), formazioni rocciose di arenaria, marna e laterite rossa formatesi a seguito dell’erosione del fiume Irodo nella regione di Diana, nel Madagascar settentrionale.
Scavato dal fiume, questo massiccio si è a poco a poco svuotato per formare un enorme canyon, e – incoraggiata dalla deforestazione subita dalla regione che è uno dei principali problemi cui far fronte in Madagascar dal punto di vista ambientale – l’erosione ha creato ai piedi di questo canyon immense formazioni di color rosso/ocra, chiamate “camini delle fate”.
La natura del suolo nel quale sono scavati implica intervalli di tempo molto più brevi per la formazione di queste strutture rocciose rispetto agli omonimi Tsingy di calcare grigio che possono essere osservati nel parco nazionale dell’Ankarana; infatti, qui l’erosione non è questione di secoli, bensì di pochi anni, e forti piogge, vento o piene dei fiumi circostanti possono modificare rapidamente il paesaggio degli Tsingy Rossi, distruggendone alcune parti e creandone di nuove. Si tratta insomma di strutture effimere e di un paesaggio in costante evoluzione.

La sveglia per raggiungere il parco è di buon mattino, perché la strada è sostanzialmente una lunga e accidentata pista di sabbia inserita in un contesto pressoché desertico. Il bello di questa giornata è che avremo una guida d’eccezione: mentre per le visite agli altri parchi Bruno ci ha sempre affidati alle rispettive guide locali, oggi sarà lui a farci da Cicerone.
Dopo circa un’ora di strada arriviamo nel sito del parco, e fin dall’ingresso il paesaggio che ci circonda ci sembra incredibile! Iniziamo a scattare foto, incantati dai colori che stiamo osservando, ma Bruno ci rassicura che in realtà quello che stiamo guardando non è che il preludio di un paesaggio ancora più bello che ci aspetta una volta entrati nel parco. Procediamo quindi con la nostra discesa nel canyon, e Bruno si ferma a farci vedere le differenze di colore tra le diverse rocce presenti: l’arenaria, la marna e la laterite rossa se bagnate diventano letteralmente degli acquerelli, ciascuno con la sua peculiare sfumatura tra l’ocra e il rosso carminio. Sembriamo degli indiani con il braccio pitturato a strisce, e naturalmente poco dopo il colore inizia a sporcarci tutti i vestiti.
Riguardo alla bellezza del luogo, Bruno aveva perfettamente ragione: infatti andando sempre più avanti nel parco ci accorgiamo che questi Tsingy diventano veramente sempre più imponenti e colorati. La bellezza del tutto sta poi nel fatto che Bruno, da brava guida fotografica, è riuscito a farci arrivare per primi; quindi, riusciamo a goderci il luogo da soli in tutta la sua autenticità e senza orde di turisti, e a scattare foto incredibili a questo meraviglioso spettacolo della natura.

Quando la gente inizia ad arrivare è ormai per noi il momento di andare. Proseguiamo quindi il nostro cammino all’interno del parco, incontrando per strada altri turisti italiani (veneti o no non lo abbiamo capito, probabilmente valtellinesi che per qualche strano motivo avevano l’esigenza di inscenare una scenetta con noi fingendosi vicentini…) e raggiungiamo infine la scalinata che porta a risalire fino alla strada. Certo, il tragitto è in salita e il sole di mezzogiorno in questo posto desertico scalda che è una meraviglia, ma il percorso è abbastanza semplice per noi (non per la povera signora milanese che abbiamo incrociato e che stava già dicendo il rosario al pensiero di dover affrontare tutto quel dislivello).
Raggiunta la macchina, naturalmente la cosa più importante della giornata, e che per Bruno non può assolutamente mancare, è il pranzo (“adesso andiamo a mangiare eh, andiamo a mangiare subito” è la frase che gli sentiamo ripetere più spesso). Noi non siamo troppo entusiasti all’idea visto che, tanto per cambiare, il nostro pasto sarà nuovamente a base di zebù, riso, pollo e patate. E l’immancabile banana au chocolat che è diventata il nostro dessert preferito.

Finito di mangiare, Bruno sembra avere particolare fretta di andare via, anche se non capiamo dove visto che è molto presto e non abbiamo in programma altre tappe per la giornata. Dobbiamo infatti partire in direzione sud-ovest per raggiungere la struttura che ci ospiterà stanotte, il Soa Lodge, situato strategicamente a fianco del parco dell’Ankarana (che visiteremo domani come ultima tappa del nostro tour del Madagascar “continentale”).
Arrivati in struttura, dove per fortuna stavolta trovano la nostra prenotazione, ci viene offerto subito un drink di benvenuto e ci viene chiesto cosa vogliamo mangiare per cena. Sembra un incubo: abbiamo ancora lo zebù che va su e giù, figuriamoci se vogliamo già pensare al cibo alle tre e mezza di pomeriggio! Inoltre, abbiamo capito perché Bruno aveva tanta fretta di arrivare in struttura: anche lui è ospite del Soa Lodge, e considerando che in macchina continuava ad addormentarsi, probabilmente volava soltanto filare a letto e riposarsi in mezzo alla natura.

Dopo aver lasciato i bagagli nella nostra camera (un’altra capanna), decidiamo di dedicare anche noi questo pomeriggio al relax (tanto non ci sarebbe comunque molto da fare lì…), quindi passiamo le successive tre ore tra partite a carte, cruciverba, e chiacchiere con Bruno (una volta riusciti ad accaparrarci il tavolino e i divanetti, monopolizzati per ore da altri turisti inglesi per il loro thè delle cinque). La sera arriva in fretta, e naturalmente stasera che siamo chiusi in struttura fa il più bel tramonto di tutta la vacanza. Rassegnati, ce lo guardiamo seduti nel patio del Lodge, mentre “gustiamo” la cena. Poi, stanchi ma rilassati corriamo a letto, visto che la visita al parco dell’Ankarana il giorno dopo inizierà molto presto.
GIORNO 10 – RISERVA SPECIALE DELL’ANKARANA – TRA ROCCE E SABBIA
La fortuna di dormire al Soa Lodge è stata appunto l’essere a veramente due minuti di jeep dal parco dell’Ankarana; per cui, dopo una sveglia relativamente presto e una colazione al volo pescando dalla nostra inesauribile scorta di biscotti e stuzzichini, siamo partiti subito per il parco. Questo naturalmente non prima che Leo tentasse il furto delle chiavi della capanna, portandosele dietro dopo aver dimenticato di lasciarle alla reception (sì, siamo stati davvero rincorsi dalla signora delle pulizie). Come al solito, la previdenza di Bruno ci ha portati ad essere davanti ai cancelli del parco ancor prima che questi aprissero, ma tempo di aspettare cinque minuti davanti alla biglietteria mentre Bruno recuperava i nostri biglietti, e il gioco è fatto: siamo entrati anche questa volta per primi.
Anche oggi ad accompagnarci c’è una guida locale, questa volta un giovane ragazzo con la passione per l’ornitologia, che si presenta all’incontro super attrezzato con borraccia, occhiali da sole, foulard e addirittura con un cappello da ranger; non capiamo proprio il perché dato che nessuna delle visite precedenti ai parchi si è rivelata troppo impegnativa, e per nessuna abbiamo avuto necessità di particolare attrezzatura. Spoiler: l’avremmo capito soltanto qualche ora dopo, quando il sole cocente della Réserve spéciale d’Ankarana ci avrebbe cucinati vivi.
Riprendiamo quindi la nostra jeep per percorrere il primo tratto della pista di sabbia: il tragitto di oggi sarà infatti abbastanza lungo (ci viene detto però che non sarebbe stato impegnativo da percorrere…gran bugia ragazzi!) e togliere qualche chilometro da percorrere a piedi sotto il sole è una vera benedizione: questo parco infatti è enorme! Il Parco Nazionale dell’Ankarana, creato nel 1956 si estende infatti su una superficie di 1825 kmq. Ci sono due ampie sezioni dell’Ankarana da esplorare: la parte orientale (ingresso Mahamasina) e il lato occidentale (Amboandriky); la sezione orientale è nota per i Grandi Tsingy Grigi di Benavony, la magnifica Grotta dei Pipistrelli e la Perte des Rivières (ovvero i Fiumi Perduti), mentre la sezione occidentale è famosa per le sue enormi grotte, i fiumi sotterranei (e i coccodrilli che vi risiedono) e i canyon. L’Ankarana ospita infatti la più grande rete di grotte interconnesse dell’Africa, con una lunghezza totale di 120 km!
La prima tappa del nostro percorso è proprio la così detta “Perte des Rivières”, ovvero un enorme buco nel terreno dove durante la stagione delle piogge confluiscono e si riversano tre fiumi del Madagascar, per poi continuare a scorrere per circa 700 km sottoterra fino a raggiungere il Canale del Mozambico e sfociare addirittura nell’Oceano Indiano. Durante la stagione delle piogge il livello dell’acqua sale di circa 6 metri e la corrente è impetuosa: si tratta di un luogo impervio, pericolosissimo ed impraticabile; durante la stagione secca (come durante la nostra visita) il letto del fiume Ampondrabe è invece completamente asciutto ed è possibile percorrerlo a piedi per raggiungere questa enorme voragine nel terreno.

Ammiriamo questo prodigio della natura, e quando iniziano ad arrivare i primi turisti è per noi ora di spostarci verso la seconda tappa, gli Tsingy Rary. Per strada abbiamo la fortuna di avvistare un piccolo lemure notturno che dorme beato dentro la cavità di un albero (fosse stato per noi e per Bruno – indaffarato al telefono con i suoi clienti – non avremmo visto un bel niente, ma la nostra guida sembra avere una vista da falco) e di ammirare un interessante “albero che si sfoglia”, chiamato dai malgasci anche “albero-vazaha”. Vi ricordate chi sono i Vazaha? Gli uomini bianchi. Non è allora difficile capire da cosa derivi il nome di questo albero: la sua corteccia sembra “sbucciarsi” come la pelle dei vazaha, su cui il sole del Madagascar lascia indubbiamente le sue tracce…
Arriviamo così agli Tsingy Rary: una distesa infinita di rocce grigie piene di spuntoni che sembra proprio una cattedrale di pietra. Questa immensa piana di calcare, un tempo sottomarina ed emersa pian piano attraverso i movimenti tettonici di questa parte del Madagascar, è continuamente sottoposta al fenomeno dell’erosione che ha progressivamente scolpito il calcare a forma di punte affilate, gli Tsingy appunto. Sotto la superficie un’immensa rete di grotte e cunicoli sotterranei viene attraversata dai corsi d’acqua in piena durante la stagione delle piogge. Gli Tsingy si susseguono a perdita d’occhio dando vita ad uno spettacolo davvero suggestivo, ed è per noi arrivato il momento di attraversare questa foresta di pietra camminando proprio sugli Tsingy, in modo da raggiungere il punto panoramico dal quale è possibile ammirare tutta la superficie di questa particolarissima conformazione carsica che si estende ininterrottamente per circa 25 km.

Il nostro cammino prosegue quindi facendoci strada con attenzione sulle appuntitissime rocce (del resto la parola Tsingy nasce dal suono onomatopeico che secondo la tribù Sakalava i loro antenati emettevano camminando sulle punte delle rocce: “tsingy tsingy”, una sorta di “ahi ahi”!) fino a raggiungere il punto più suggestivo del percorso che prevede l’attraversamento di un lungo ponte tibetano sospeso sulle appuntite rocce. Ci sembra veramente di essere protagonisti di un film di Indiana Jones, anche perchè ci stiamo godendo questo paesaggio praticamente da soli (le poche coppie di turisti che riescono a raggiungerci vengono poi presto seminate). Il viaggio di ritorno è invece parecchio spossante, dato che ormai siamo verso mezzogiorno e la temperatura percepita all’interno del parco è di circa 50°: vuoi il caldo emanato prima dalla roccia e poi dalla sabbia, vuoi il fatto di avere poca acqua a disposizione, ma l’oretta di camminata per tornare alla macchina si sente tutta.
Con la conclusione di questa visita all’Ankarana il nostro tour del Madagascar “continentale” è ufficialmente terminato. Dopo il solito pranzo obbligatorio, partiamo in direzione di Ankify, un piccolo porticciolo a nord-ovest del Madagascar da cui prenderemo la barca che ci porterà a Nosy Be.

Dopo neanche due ore di strada arriviamo ad Ankify, dove immaginiamo che ad aspettarci ci sarà un grosso traghetto pronto a salpare. Niente di più sbagliato: il nostro mezzo di trasporto sarà un’infima e microscopica barchetta, che dà la sensazione di essere tutt’altro che stabile e resistente. Ma poco male, dato che immaginiamo che il tragitto sarà breve e tranquillo… Anche in questo caso, assolutamente no! L’attraversamento verso Nosy Be si rivelerà una delle esperienze più traumatiche di sempre: un’ora e mezza di navigazione con quella barchetta aperta in mezzo all’oceano, con onde alte più di mezzo metro che hanno reso il tragitto un continuo susseguirsi di salti e brusche ricadute degne delle peggiori scene dei film.
Bruno, che per fortuna viene con noi a Nosy be, è assolutamente tranquillo e sorride spensierato; noi temiamo seriamente, dato che ad ogni onda lo scafo si inclina di 45° e sbatte ricadendo sull’acqua talmente forte da temere che la barca si spezzi in due. Per non parlare poi delle valigie, semplicemente appoggiate sullo scafo, in balia delle onde, che non sono volate via solo perchè il peso era considerevole.
Dopo circa un’ora, finalmente (ed incredibilmente) arriviamo (vivi) a Nosy Be. Qui un taxi ci aspetta per condurci verso la nostra struttura situata al nord dell’isola, vicino alla famosissima spiaggia di Andilana. Già dando un’occhiata fuori dal finestrino durante il tragitto verso l’hotel ci rendiamo conto che questa isola è molto diversa dal resto del Madagascar: intanto è molto più turistica e sicura (dato che i Vazaha girano tranquilli e indisturbati), e forse anche più ricca.
Inizia quindi per noi questa nuova fase della vacanza: finalmente il mare!!! Dopo uno splendido tramonto ammirato dal finestrino (il più bello di tutto il Madagascar) arriviamo “A casa di Giorgia”, il nostro accogliente Lodge per i successivi quattro giorni. Tempo di una doccia rinfrescante ed è subito servita la cena, finalmente degna di questo nome con tartare di tonno e mango e fettuccine con pesto e gamberi freschi (una cucina così non poteva che avere lo zampino degli italiani: la struttura è infatti gestita dai simpaticissimi Valeria e Jacopo). Facciamo subito amicizia con il nostro cameriere e tuttofare Thor, che ci ha preso immediatamente in simpatia quando ha capito che gli avremmo fatto spillare parecchie birre nei giorni seguenti, e poi ci concediamo una passeggiata in spiaggia all’Andilana, che prometterebbe di essere il cuore della night life di Nosy Be, mentre invece è…scura, buia e deserta. Perplessi torniamo in struttura e ci infiliamo a letto, in compagnia dei nostri amici gechi verdi smeraldo che riempiono le pareti della stanza.

GIORNO 11 – NOSY TANIKELY – DIAMO IL VIA AL RELAX
Come prima gita a Nosy Be abbiamo deciso di continuare ad affidarci a Bruno, che ci promette un’escursione che ci porterà a visitare un’isola con quella che è ritenuta la barriera corallina più bella dell’arcipelago: Nosy Antanihely, “l’isola della piccola terra” da tutti chiamata Nosy Tanikely. Questa piccola isola, situata circa 6 miglia a sud di Nosy Be, è stata dichiarata nel 2011 Parco Nazionale Marino per la sua incredibile biodiversità marina ed è diventata per questo motivo un atollo inabitato, visitabile giornalmente in escursione ma dove è vietato pernottare.
L’intenzione iniziale era quella di esplorare due isole, Nosy Tanikely e Nosy Vorona, ma parlando con Bruno siamo stati convinti del fatto che la seconda non avesse “molto” da offrire se non una lingua di sabbia e un’acqua cristallina (ma piena di ricci!), e che fosse quindi meglio dedicare tutta la giornata all’esplorazione di Nosy Tanikely.

Dopo una rapida colazione (finalmente in stile italiano!), il nostro ormai affezionato autista viene a prenderci con il suo fantomatico Tuk Tuk (una sorta di apetta gialla con cui è abitudine per i turisti essere scarrozzati in giro per l’isola) e partiamo sgommando a tutta velocità stile maggiolino Herbie. Dobbiamo attraversare praticamente tutta l’isola per raggiungere il porto, e ci rendiamo conto che forse non è stata poi un’ottima idea quella di scegliere una struttura situata così a nord se le escursioni partono sempre dal sud di Nosy Be. In ogni caso, tempo una mezzoretta e siamo al porto, dove l’organizzazione della giornata non ci è molto chiara: non capiamo se la nostra gita sarà privata o se saremo invece uniti ad un unico gruppo per tutte le agenzie. Fatto sta che ad un certo punto veniamo accompagnati insieme ad un gruppo consistente di persone verso una barca, che da quel che capiamo passerà prima per Nosy Tanikely per lasciare noi e un’altra coppia, e poi proseguirà per Nosy Komba dove tutto il resto delle persone passerà la prima parte della giornata a visitare il villaggio e la foresta con i lemuri (torneranno poi tutti a Tanikely verso ora di pranzo per la sempre immancabile grigliata di pesce).
Dopo una rapida traversata in barca, veniamo fatti sbarcare (insieme ad un frighetto privato predisposto da Bruno appositamente per noi, pieno di bevande fresche e rifornito dell’immancabile Fresh che ci piace tanto, una radler malgascia che va giù come l’acqua!), e prediamo posto sotto un tamarindo per mettere le nostre cose sotto l’ombra delle sue fronde. Per fortuna siamo arrivati presto, perché mezz’ora dopo, quando iniziano ad arrivare le gite dei vari resort Alpitour, Francorosso ecc… gli alberi disponibili iniziano a scarseggiare, e saremmo rimasti sotto il sole tutto il tempo come due polli arrosto.

Noi abbiamo quindi il privilegio di avere tante ore a disposizione per esplorare i fondali dell’isola senza fretta e soprattutto senza l’orda di persone che la affolleranno quando torneranno da Komba. Riteniamo che la nostra sia stata decisamente la scelta migliore, in quanto abbiamo potuto godere appieno e in modo rilassante delle meraviglie naturalistiche di Tanikely, mentre chi è passato prima per Komba ha avuto veramente pochissimo tempo a disposizione. L’unica sfortuna di oggi è che è il cielo è un po’ nuvoloso; quindi, di conseguenza anche i colori dell’oceano sono un po’ più tenui e grigi di quelli che ci sono stati promessi, e la visibilità sottacqua è condizionata dalla mancanza della luce del sole…comunque non vediamo l’ora di rivedere la nostra amata barriera corallina e fa un caldo micidiale, quindi ci tuffiamo subito in acqua. Nulla da dire, la barriera è molto bella e sin da subito facciamo degli incontri molto speciali con diverse tartarughe marine che nuotano tranquille e indisturbate insieme a noi; anche la quantità di pesci non è male, ma se dovessimo fare un confronto con le barriere coralline viste a Zanzibar o in Indonesia, non ci sarebbero proprio paragoni.

La giornata prosegue in modo molto rilassante e piacevole, tra un tuffo rinfrescante a riva dove l’acqua ha sfumature stupende (ed è anche uscito il sole!), lo snorkeling e gli avvistamenti delle tartarughe, e il crogiolarsi al sole senza crema perchè è vietato (essendo l’isola un parco marino)…le ore passano, e ad un certo punto inizia a venirci un dubbio: saremo in grado di riconoscere il resto del gruppo quando torneranno sull’isola a mangiare? E soprattutto, non si saranno mica dimenticati di noi, visto che le persone di tutte le altre gite sono già arrivate e noi siamo rimasti gli unici ancora “spaiati” e non richiamati all’ordine per il pranzo? Bella domanda, ma ogni dubbio viene dissolto dopo una ventina di minuti, quando ci vengono a chiamare: il pranzo è pronto, ma noi tutto faremmo tranne che fare un altro pranzo a base di pesce alla griglia! Noi condividiamo tra l’altro il tavolo con due amiche svizzere vegane, per cui tutto il pesce che arriva dalla nostra parte tocca a noi…quindi finiamo per mangiare tipo 2 kg di pesce a testa, tant’è che poi Leo non può far altro che stendersi il sole e dormire fino alle tre di pomeriggio. Alle 15 puntuali veniamo richiamati all’ordine perchè è già ora di lasciare l’isola, che essendo un parco naturale ha orari prestabiliti ai quali non possiamo minimamente opporci; per cui, un po’ dispiaciuti di non avere altro tempo a disposizione per nuotare, risaliamo in barca verso per affrontare il viaggio di ritorno.

Tra una cosa e l’altra non riusciamo ad essere in struttura prima delle 17:00, quindi anche oggi i nostri piani di goderci un po’ la spiaggia dell’Andilana vanno in fumo. Siamo sulla spiaggia giusti giusti per il tramonto (altro che crogiolarsi al sole) e cerchiamo di catturare l’attimo nel punto migliore di fronte al Phili Phili restaurant, un caratteristico ristorante situato sulle rocce della baia di Andilana a strapiombo sul mare. Mentre la marea sale e il sole scende, scattiamo qualche altra foto e ci ritiriamo poi verso Casa di Giorgia per una doccia prima di cena. Giusto il tempo di sistemarci e rilassarci un po’ in camera e torniamo poi di nuovo in spiaggia per mangiare qualcosina al “Cacao Beach”, un caratteristico ristorante con tante appetitose e gustose proposte. Noi però siamo ancora pieni e nauseati da tutto il pesce mangiato a pranzo, quindi ci accontentiamo di assaggiare dei deliziosi dessert, e poi torniamo in struttura, questa volta catapultandoci a letto dove crolliamo in men che non si dica.
GIORNO 12 – ESPLORANDO L’OCEANO, A CACCIA DI BALENE!
Oggi è il turno di un’esperienza nuova: un vero e proprio Safari Marino con l’obiettivo di avvistare le balene Megaptera Novaeangliae, che durante l’inverno australe, da agosto a ottobre, arrivano a centinaia nelle acque calde al largo del Madagascar, dove si accoppiano e danno alla luce i loro piccoli prima di tornare nelle acque fredde dell’Antartide. Queste creature possono crescere fino a 15 metri di lunghezza e pesare 45 tonnellate, eppure sembrano incredibilmente agili ed eleganti nel loro muoversi attraverso le limpide acque.
Le caratteristiche pinne pettorali, molto grandi, lunghe circa 1/3 del corpo, danno il nome a questa specie (mega-pteros) che percorre circa 6000 km dall’estremo sud per attraversare il Canale di Mozambico e giungere al largo del Madagascar, dando luogo ad un vero e proprio ciclo migratorio (spostamento dalle zone di alimentazione nel profondo Sud alle zone di riproduzione a Nord).
Non è la prima volta che avvistiamo le balene, ma questa volta si tratterà di un’esperienza completamente diversa: al contrario della tristissima “caccia alle balene” a cui abbiamo assistito a Zanzibar, dove centinaia di barche accerchiavano i poveri animali pur di farli vedere ai turisti, qui puntiamo a vivere questa esperienza in un contesto completamente diverso, accompagnati da guide marine specializzate e autorizzate che ci porteranno nei luoghi migliori dove osservarle, rispettando loro e il loro habitat.
Dopo la solita traversata dell’isola da Casa di Giorgia fino a Madirokely, ci troviamo presso la sede de Les Baleines Rand’Eau con il resto del gruppo con cui condivideremo questa escursione, e ci vengono fornite le pinne (qualora dovessimo avvistare anche squali balena e avere la possibilità di tuffarci con loro) e ci viene fatta una prima introduzione alla giornata. Mentre tutti ascoltiamo intenti, notiamo una coppia di ragazzi potenzialmente della nostra età a cui non sembra però importare molto della spiegazione della guida, in quanto sono troppo intenti a spruzzarsi crema solare ovunque…(assisteremo a questa scena ancora e ancora durante la giornata).

Ci dirigiamo quindi verso la barca, pronti a partire per questa avventura con il nostro gruppo molto eterogeneo di francesi, inglesi, americani (e altri di nazionalità indefinita come i due ragazzi che continuavano a spruzzarsi la crema solare), ma dopo soli 5 minuti di navigazione siamo già fermi, dato che proprio questa coppia molto particolare decide di esordire con la richiesta di tornare indietro per prendere anche loro un paio di pinne…naturalmente quando ormai siamo in alto mare, e dopo che la guida gliele aveva offerte decine di volte prima di partire.
Lo sguardo fulminante del nostro capitano fa per fortuna cambiare loro idea rapidamente, e quindi dopo una rapida spiegazione bilingue della guida su quello che avremmo avuto l’opportunità di vedere (balene principalmente, forse squali balena, mante, delfini…) proseguiamo il nostro tragitto a largo.
Ahimè non avevamo però considerato che cercare balene significasse recarsi in punti in cui l’oceano è profondo anche centinaia di metri, e questo implica mare mosso e quindi un viaggio mooooolto movimentato: la scena è tragicomica, con tutti che saltiamo sui sedili ad ogni onda, cercando di ripararci in qualche modo dagli spruzzi che ormai ci hanno ridotti bagnati fradici. Le nostre preghiere vanno tutte ai nostri zaini, riposti dentro a delle cassapanche tutt’altro che stagne…

Il primo avvistamento è divertente ma decisamente poco emozionante, dato che si tratta di un branco di tonni che ci accompagna per un pezzo di tragitto, saltando dentro e fuori dall’acqua; di balene, invece, purtroppo neanche l’ombra.
In tutto questo, mentre noi tutti scrutiamo il mare concentrati e speranzosi di avvistare qualcosa, la nostra amata coppia di nazionalità indefinita si sta ancora spruzzando crema solare: la cosa divertente è che sono entrambi seduti sotto l’ombra del tendalino, eppure ormai avranno mezzo tubetto di crema spalmata sulla pelle…
Per fortuna, ad interrompere la monotonia di quei momenti ci pensa un signore francese, che salta su in piedi all’improvviso gridando “balena, balena!”: siamo sinceri, nessuno gli ha in primo luogo creduto, men che meno il capitano che molto scettico prova a dargli corda inseguendo per un buon quarto d’ora questo “miraggio”.
E invece, quando siamo ormai tutti scoraggiati, ecco qui che avvistiamo chiaramente lo spruzzo d’acqua di una balena! Eccola lì, maestosa con la sua inconfondibile coda che si solleva dall’acqua. Il momento è veramente emozionante perchè il cetaceo è solo a pochi metri da noi, e nel frattempo la nostra guida spiega che una volta andata sott’acqua, una balena resta giù per circa sette/dieci minuti prima di riemergere una seconda, terza, e forse anche quarta volta, per poi immergersi più a lungo per circa 35/40 minuti e spostarsi per centinaia di chilometri.

“Inseguiamo” quindi la balena per un po’ (e abbiamo l’opportunità di osservarla diverse volte!), e quando si immerge definitivamente, il capitano decide che è ora di andare. Dopo una breve sosta al largo di un’isoletta sperduta nel mezzo del Canale di Mozambico dove ci fermiamo per un rapido giro di snorkeling, la nostra destinazione è la Baia dei Russi.
Situata a circa 15 miglia a sud di Nosy Be, la baia dei Russi, il cui vero nome è baia di Ambavatoby, deve questo nome ad un curioso episodio della guerra russo-nipponica dell’inizio del 1904-1905, durante il quale una nave russa gettò l’ancora a Ambavatoby dopo aver ricevuto l’ordine di proteggere il Canale del Mozambico dalle incursioni giapponesi, e rimasta lì per mesi in attesa di istruzioni, venne infine dimenticata in quanto non era stata informata del fatto che il sovrano russo avesse nel frattempo firmato la pace.
Qui ci fermiamo per il nostro pranzo: solo il pensiero di un altro pasto a base di piatti tipici malgasci ci fa rabbrividire, ma non possiamo mica stare a diguino…(come la nostra ormai celebre coppia, che tra una spruzzata e l’altra di crema, prima si serve il cibo nei piatti, e poi decide di tirare fuori dalla borsa del Royal Andilana – si capiva che fossero abituati alla riccanza e quindi molto a disagio con noi, gruppo di scapestrati – un pasto da asporto direttamente dal resort).
Purtroppo, resta a malapena il tempo di un bagnetto nelle acque cristalline, durante il quale abbiamo però l’incredibile fortuna di incontrare per la prima volta una tartaruga marina gigante della specie “Tartaruga Liuto”, che può raggiungere i due metri di lunghezza e i 700 kg di peso!
Poi veniamo subito richiamati all’ordine perchè è ora di riprendere il largo: altro giro, altra corsa, siamo di nuovo tutti bagnati fradici, e la doccia calda della Casa di Giorgia inizia veramente ad essere un miraggio.
Anche questa sera, una volta lasciati gli zaini da mare in struttura e preso quelli di fotografia, ci rechiamo sulla spiaggia di Andilana ad ammirare il tramonto, e dopo una semplice cenetta andiamo a letto, in modo da essere carichi per la prossima giornata di esplorazione!

GIORNO 13 – NOSY FANIHY E NOSY SAKATIA – AMICIZIA CON LE TARTARUGHE GIGANTI
Oggi il programma prevede la visita di ben due isole tra le più famose dell’arcipelago di Nosy Be: Nosy Fanihy e Nosy Sakatia. Per fortuna per una volta il pick up non è al porto di Madirokely ma proprio “dietro casa” sulla spiaggia dell’Andilana, quindi questa mattina possiamo fare tutto con più calma dato che non ci aspetta il solito tragitto in tuk tuk. Facciamo quindi un’abbondante e gustosa colazione e ci prepariamo ad incontrare Andrea, la nostra guida di oggi, un ragazzo abbastanza timido ma molto simpatico che dopo qualche minuto di attesa arriva sgommando in motorino direttamente davanti a Casa di Giorgia. Da lì proseguiamo direttamente a piedi per l’Andilana, da cui prenderemo la barca che ci porterà come prima tappa a Nosy Fanihy.

Se il nostro timore era di incorrere in orde di turisti, considerando quanto famose sono queste isole per le gite giornaliere da Nosy Be, il nostro capitano ci fa subito ricredere, perché dopo un movimentato tragitto in barca con le onde tutte controcorrente, ad attenderci c’è una magnifica isoletta praticamente deserta degna di Robinson Crusoe. Un piccolo lembo di spiaggia circonda la parte sud dell’isola, dove già solo mettere i piedi nella sabbia è un sogno ad occhi aperti: la sabbia è infatti interamente composta di coralli dalle mille sfumature: dal bianco splendente, al bianco ocra, al rosa tenue fino al rosso acceso, e l’acqua è di un turchese incredibilmente acceso…sembra veramente un angolo di paradiso! La spiaggia inizia poi a salire dolcemente, fino a raggiungere una sorta di radura dove una piccola capanna per ripararsi dal sole e dal vento sorge solitaria e domina la vista che si estende a 180° davanti a sè. Andrea ci spiega che questa isola, completamente deserta, viene considerata sacra dalla popolazione malgascia in quanto ultima dimora del Re Sakalava, regnante di Nosy Be, e chiamata anche l’Isola dei pipistrelli: “Fanihy” in malgascio significa infatti “volpe volante”, segno che fin dall’antichità dei grandi pipistrelli popolavano l’isola sacra. I pipistrelli giganti trovano il loro habitat naturale nella fitta vegetazione e nelle caverne, e di sera s’innalzano in volo circondando l’isola. La bellezza di questa isola sta proprio nella sua autenticità: la spiaggia di coralli che si copre e scopre al ritmo delle maree, la risacca delle onde che s’infrange dolcemente sui frammenti delle conchiglie producendo suoni melodiosi come se l’isola cantasse, l’immensità dell’oceano tutt’intorno. Decidiamo che questa mattinata a Fanihy sarà all’insegna del relax; quindi, il nostro programma prevede prima di esplorare la spiaggia, poi di fare snorkeling per vedere la barriera corallina che secondo Andrea circonda la parte a nord dell’isola (spoiler, non la troviamo) e cercare le stelle marine che dovrebbero essere già visibili a pelo d’acqua (spoiler, non le troviamo), e poi crogiolarci al sole (quello sì, ci riesce bene). Conosciamo anche un signorotto italiano (anzi, veneto addirittura) sui settant’anni che inizia a deliziare i presenti su storie incredibili della sua vita, raccontando della sua coraggiosa scelta di vita di trasferirsi in Madagascar (dove ha trovato moglie…ehm, ma mantenendo anche quella in Italia), della sua attività di pesca d’altura, e sentirlo parlare delle sue avventure in un contesto così sperduto e autentico ci trasporta immediatamente in un’altra dimensione.
É quindi già ora di andare via, perchè un’altra incredibile isola ci attende: Nosy Sakatia, l’isola delle tartarughe. Prima di riprendere il largo, Andrea ci consiglia una sosta in una zona in cui la barriera corallina promette di essere spettacolare: non siamo molto fiduciosi dato che la prima è stata un flop, ma in realtà tocca ricrederci in quanto effettivamente in questo punto la barriera corallina è veramente fantastica! L’unico peccato è che sia abbastanza fonda, ad almeno 6/7 metri di profondità, quindi a meno di farci spuntare le branchie, dobbiamo accontentarci di ammirarla da lontano. Ripartiamo quindi alla volta di Nosy Sakatia, che per fortuna dista poco e che si trova in una direzione tale da consentirci di navigare a favore della corrente, senza ripetere l’esperienza movimentata del tragitto dell’andata.

Nosy Sakatia, detta anche l’Isola delle Orchidee e delle Tartarughe Marine Giganti, è riconosciuta e protetta come Riserva Naturale dal Ministero dell’Ambiente del Governo Malgascio. Situata al largo della costa nord-ovest di Nosy Be, ha una conformazione collinare di origine vulcanica ed ospita poche centinaia di abitanti (e molte famiglie di lemuri…più di quelle umane che si possano contare) dislocati in tre villaggi principali: Antanabe, Ampasindava, Ampasimena, uniti solo da percorsi pedonali e sentieri (sull’isola non ci sono strade percorribili da macchine e neanche biciclette!); mare e sole scandiscono la vita e le attività tradizionali degli abitanti di questa isola, la cui cultura è ricca di riti, costumi, credenze e leggende avvolte nel mistero. Il motivo principale per cui quest’isola viene visitata dai turisti sono i fondali sabbiosi ricchi di posidonia oceanica, l’habitat naturale ideale per le tartarughe marine giganti: queste tartarughe sono talmente abituate al via vai innocuo dei pescatori con le loro piroghe senza motore, che la presenza umana è divenuta familiare e piacevole, e dunque è possibile nuotare con loro a distanza ravvicinatissima senza paura o timore, in particolare sotto la la montagna di Ambohibe, definita dai malgasci abitanti di quest’isola “Montagna Sacra”. Nel tragitto da Nosy Fanihy a Nosy Sakatia, Andrea ci delizia con alcuni racconti e curiosità sull’isola misteriosa che ci apprestiamo a visitare.
Sapevate che…
- Non si indica mai un punto con il dito indice disteso, ma solo con il pugno chiuso, soprattutto se si è in mare. È infatti considerato nella cultura malgascia un gesto interpretabile come un insulto, specialmente nei confronti delle persone più anziane o di rango superiore.
- Il cane è un animale interdetto sull’isola, non si può neanche pronunciare la parola!
- Non si può aggiungere il sale alle pietanze già servite, è considerato scortesia!
- Una delle possibili origini del nome dell’isola è “Sakana Tia” che significa “amore separato”: si narra infatti che vi fossero due amanti, uno residente a Nosy Be e uno sull’isola davanti ad essa, a cui era stato vietato di incontrarsi e che erano quindi separati l’uno dall’altro dalla piccola striscia di acqua che separa le due isole.

Arrivati a Nosy Sakatia, è ora dell’ennesimo pranzo a base di pesce…non vi stiamo a raccontare l’entusiasmo con cui abbiamo affrontato questo pasto, nuovamente a base di zuppa di granchio, spiedini di gambero e zebù, pescione alla griglia, patate e legumi lessi…dunque mangiamo in men che non si dica in modo da avere più tempo a disposizione sulla spiaggia. Decidiamo quindi di andare in esplorazione dell’isola, e dopo una breve passeggiata raggiungiamo un delizioso mercato di souvenir locali, dove ad attirare immediatamente la nostra attenzione è il banchetto di un simpaticissimo pescatore di mezz’età con l’hobby per l’artigianato; proprio lui dà forma al souvenir che tanto abbiamo cercato negli ultimi giorni, e scolpisce per noi davanti ai nostri occhi una meravigliosa maschera in legno con incisi i nostri nomi.
È finalmente arrivato il momento di andare ad ammirare le famose tartarughe giganti marine, quindi giusto il tempo di recuperare le nostre cose in spiaggia e ci imbarchiamo alla volta della piscina naturale dove queste creature sono di casa, e dove passeremo le successive due ore a nuotare in loro compagnia, impressionati dalla grandezza e dalla pacificità di questi animali. Sembra veramente di essere in un acquario naturale per la quantità di esemplari che incontriamo! Abbiamo l’opportunità di ammirare sia la comune Carretta Carretta, che la famosa e gigantesca Tartaruga Liuto che avevamo già visto di sfuggita nuotando nella Baia dei Russi…questa volta però abbiamo tanto tempo a disposizione, e riusciamo quindi ad osservarle da vicino, a nuotare con loro, a scattare innumerevoli foto. Una volta soddisfatti, rientriamo in barca e salpiamo alla volta di Nosy Be, dove ci attende un ultimo tramonto ad Andilana e un’ultima sessione di “shopping” di souvenir nei mercatini locali sulla spiaggia…dove facciamo il pieno di vaniglia del Madagascar (che lascerà un profumo PERMANENTE su tutto ciò che c’era in valigia insieme).

Domani è un grande giorno: si riparte e inizia la nostra “ultima parte” di tour, tanto desiderata da Tecla, ma che naturalmente porta con sè anche un po’ di malinconia per il fatto che il nostro viaggio si avvia ormai alla conclusione.
GIORNI 14-15-16 – NOSY IRANJA, BENVENUTI IN PARADISO
Ebbene, è giunto il momento di lasciare Casa di Giorgia e di abbracciare l’ultima tappa del nostro tour: questa partenza suscita in noi emozioni contrastanti, perchè se da un lato ciò significa che sta arrivando il tanto agognato relax assoluto nel mare paradisiaco di Nosy Iranja, dall’altro ciò implica che la nostra avventura in Madagascar è quasi giunta al termine.

Per la nostra vacanza a Nosy Iranja abbiamo scelto il meraviglioso lodge “Le Zahir”, una struttura situata letteralmente sulla spiaggia e che promette di regalarci un soggiorno da sogno; quindi, dopo un’ultima colazione “all’italiana”, il nostro fidato autista ci aspetta con il tuk tuk davanti alla nostra struttura per portarci (di nuovo…) a Madirokely, presso “Le Zahir” di Nosy Be, che altro non è che il punto di ritrovo da cui prenderemo la barca per Iranja. La vera sfida è però trasportare sul tuk tuk TUTTI i nostri bagagli (due enormi valigie + due zaini fotografici + una scorta di spuntini e bibite che ci serviranno nei prossimi giorni per evitare di farci spennare pagando extra a destra e a manca eheheh), oltre naturalmente a noi. Avete presente come è fatto un tuk tuk? È una sorta di piccola apetta aperta sui due lati e con soli due posti a sedere oltre all’autista…quindi la foto parla chiaro di come abbiamo affrontato questo tragitto!
Comunque, arrivati sani e salvi a Le Zahir di Nosy Be, facciamo subito la conoscenza dei nostri compagni di avventura che salperanno con noi verso Nosy Iranja, ovvero quella che verrà definita di lì a poco “la coppia che scoppia”: una coppia di romani sui cinquant’anni moooolto sofisticata e verameeeente molto esigente che ci regalerà intrattenimento di alto livello nei giorni successivi. Dopo un giro di rapide presentazioni e il saldo del conto, partiamo dunque alla volta dell’isola, ma non prima di aver attraversato a piedi tutta la spiaggia di Madirokely dato che c’era la bassa marea ed era impossibile imbarcarci direttamente davanti alla struttura; per noi non è stato un grosso problema, e neanche per gli addetti al trasporto dei nostri bagagli… stranamente non si può dire la stessa cosa per i bagagli di questa famosa coppia, in quanto a giudicare dalla fatica fatta dai poveri ragazzi per trasportarli fino alla barca, una singola valigia avrà avuto un peso di almeno 40 kg! Iniziamo quindi la traversata, e dopo circa un’ora e mezza, vediamo finalmente comparire all’orizzonte il nostro sogno ad occhi aperti, la meravigliosa Nosy Iranja.

Nosy Iranja è una piccola isola del Madagascar, situata a circa 40 km dalla costa sud-occidentale di Nosy Be, al largo della penisola di Ampasindava. È formata da due isole: una più grande, Nosy Iranja Be (che si estende per circa 2,9 km2), e una più piccola (con una superficie di appena 0,5 km2), Nosy Iranja Kely (in lingua malgascia, “Nosy” significa semplicemente “isola”, mentre “Iranja” deriva probabilmente da “iranjavato”, che si riferisce alle rocce granitiche che caratterizzano parte del suo paesaggio) collegate tra loro da un banco di sabbia bianca finissima lungo circa 2 km che affiora dall’acqua turchese durante la bassa marea. Questo istmo temporaneo, che appare e scompare con il ritmo delle maree, è composto da sabbia corallina di una bianchezza abbagliante, frutto dell’erosione dei coralli che circondano le isole. La formazione di questo ponte naturale è dovuta alla particolare conformazione dei fondali e alle correnti marine che depositano e modellano continuamente i sedimenti sabbiosi tra le due isole. La topografia di Nosy Iranja è variegata: dalle spiagge di sabbia bianca che circondano quasi interamente le due isole, si passa a zone rocciose di origine vulcanica e corallina, fino alle colline ricoperte di vegetazione tropicale che caratterizzano soprattutto Nosy Iranja Be. Il punto più elevato dell’isola maggiore raggiunge circa 70 metri sul livello del mare, ed è proprio qui che sorge un faro alto 27 metri, progettato da nientepopodimeno che Gustave Eiffel, e edificato nel 1909 durante il periodo in cui il Madagascar era ormai formalmente una colonia europea sotto il diretto controllo francese (1896-1960). Nosy Iranja è anche chiamata “Isola delle tartarughe”, grazie alla presenza di importanti siti di nidificazione della tartaruga verde (Chelonia mydas) e della tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata), entrambe classificate come specie a rischio di estinzione.

Lo spettacolo delle acque turchesi che si apre davanti ai nostri occhi appena sbarcati sull’isola supera qualsiasi aspettativa, e l’unica cosa che vogliamo fare è metterci il costume e buttarci immediatamente in acqua! Invece veniamo convocati tutti davanti alla reception di Le Zaihir per un briefing di presentazione sull’organizzazione del lodge, durante il quale fin da subito la nostra amica romana dà il meglio di sé con uno show un po’ inappropriato, esternando le richieste più assurde (inclusa la domanda se le tartarughe marine fossero velenose o se potessero potenzialmente attaccarla tipo gli squali…ah se l’avessero veramente attaccata ci avrebbero fatto un favore…) ed intrattenendoci fin quando non arriva il momento dell’assegnazione dei bungalow. Ed è qui che scoppia un putiferio, perchè a quanto pare la coppia di romani aveva richiesto due bungalows separati, mentre per motivi logistici gli era stato assegnato un unico bungalow…mentre loro litigano con il responsabile di Le Zahir, noi corriamo ad appropriarci della nostra stanza (prima che ci venga sottratta per darla a loro) e nel giro di due minuti siamo già in costume diretti in spiaggia. Non dimenticheremo mai il primo “impatto” con l’acqua di Nosy Iranja: arriviamo sulla spiaggia proprio nel momento migliore, in cui la marea non è nè troppo bassa da nascondere i colori dell’acqua, nè troppo alta da renderla torbida, quindi l’oceano ha un colore turchese difficilmente descrivibile a parole; poi, lanciandoci in acqua, arriva la vera sorpresa, perchè la temperatura dell’oceano è la più piacevole mai sperimentata, calda al punto giusto da non aver necessità di ambientarsi prima di tuffarsi. Passiamo così diverse ore tra un bagno, qualche minuto di asciugatura sotto il sole più cocente mai provato, e altri innumerevoli bagni, ma visto che in queste ore la spiaggia principale è piena zeppa di italiani che vengono ad Iranja con le escursioni giornaliere, verso il primo pomeriggio decidiamo di scappare dalla calca stile Rimini Sud e di dirigerci in esplorazione dell’isola.

Ci rechiamo prima al faro, dove speriamo di avere una vista panoramica di tutta l’isola e dintorni, ma purtroppo lo troviamo chiuso, perché a quanto pare è stato reso inagibile a seguito di un incidente di qualche anno fa durante il quale una signora si ruppe una gamba salendo le scale che conducevano in cima. Comunque, poche decine di metri prima c’è una bellissima terrazza panoramica che consente di ammirare il paesaggio. Poi ci dirigiamo verso le altre due spiagge dell’isola, più selvagge e meno battute dai turisti, e quando rientriamo verso la spiaggia principale ci rendiamo conto dell’incredibile fortuna di dormire qui: ormai tutte le gite giornaliere stanno giungendo al termine e le barche stanno salpando, ed è proprio questo il momento migliore per godersi la spiaggia senza l’affollamento della mattina! La marea però inizia a cambiare, con onde alte e potenti che sferzano la battigia e l’acqua che comincia a salire tanto rapidamente che in men che non si dica la lingua di sabbia che collega le due isole scompare tra i flutti. La sera giunge in fretta, ed assistiamo ad un meraviglioso tramonto sulla spiaggia, con la palla infuocata del sole che scende in mare infiammando il cielo di colori stupendi; poi ci rechiamo a cena, dove veniamo intrattenuti da un doppio spettacolo: la nostra “amica” romana prova a “rubare” un bungalow ad un gruppo di romagnoli ospite come noi del lodge (pur di non dormire nella stessa stanza del suo “amico”, ma ovviamente il tutto finisce in un’accesa discussione, e lei viene costretta a condividere la camera), e un gruppo di musicisti del villaggio accanto al nostro lodge si esibisce in musiche e canti tradizionali.

Stanchi ma felici e immensamente grati di poter essere in quel posto in quel momento, osserviamo un po’ le stelle con la Via Lattea che brilla fulgida in cielo, e poi andiamo a letto.
Il secondo giorno a Nosy Iranja inizia per Leo molto presto, dato che senza dire niente (e naturalmente facendo spaventare Tecla) decide di alzarsi di soppiatto e andare fuori in spiaggia a vedere l’alba. Una volta rientrato in camera, dato che ormai il sonno è passato a tutti, decidiamo di approfittare della sveglia molto presto per fare subito colazione e andare in spiaggia prima che arrivino tutti i turisti delle escursioni giornaliere. La fortuna di questo lodge di cui tanto si sente parlare è onestamente solo la posizione, assolutamente invidiabile e che consente ai suoi ospiti di pernottare appunto nel paradiso di Nosy Iranja, perchè se fosse per le camere (i bungalow sono carini, ma niente di che, e sono talmente buii che anche di giorno tocca accendere la torcia per vedere qualcosa) e soprattutto per il cibo…beh, lascerebbe a desiderare. Per colazione mangiamo quindi in fretta ciò che riteniamo più commestibile, e tempo di mettere il costume ci trasferiamo in spiaggia. La nostra giornata prosegue in totale relax tra un servizio fotografico improvvisato (in modo da avere immagini profilo da spammare ovunque per i prossimi mesi), prendere sole in spiaggia, fare mille bagni…questa è davvero la degna conclusione della nostra vacanza! Verso le due di pomeriggio iniziamo a non resistere più sotto il sole cocente, e decidiamo quindi di andare a scattare qualche altra foto dell’isola dal punto panoramico appena sotto il faro, e di concederci poi un’oretta di relax all’ombra sui lettini di Le Zahir. Nel pomeriggio andiamo in esplorazione del villaggio locale, situato proprio dietro alla nostra struttura; la bellezza di questa isola risiede infatti anche nell’armonia con cui gli alloggi per i turisti “convivono” con quelli della popolazione locale: non ci sono recinzioni a dividere le case degli abitanti di Iranja dai bungalows di Le Zahir, quindi si può osservare la gente del luogo nella sua quotidianità fatta tendenzialmente di artigianato (ne approfittiamo infatti per recuperare gli ultimi souvenirs) e pesca.

In questo modo il pomeriggio vola, ed è già ora di organizzarci per il tramonto: recuperate due birrette e tutta l’attrezzatura fotografica, ci posizioniamo sulla spiaggia principale dove abbiamo individuato un posto molto suggestivo da cui poter ammirare il sole cadere a mare dietro ad una sorta di porticciolo delle piroghe dei pescatori, e che lo spettacolo abbia inizio. Questa sera il tramonto è veramente spettacolare, con il cielo infiammato d’arancio, il sole rosso che si tuffa lentamente a mare, e le onde della marea che iniziano piano piano a salire; le sensazioni provate quella sera ad Iranja, i momenti condivisi tra chiacchiere e risate, sono tra i ricordi più preziosi della nostra vacanza in Madagascar.

Arriva ahimè il nostro ultimo giorno sull’isola di Nosy Iranja, e la malinconia e la tristezza iniziano a prendere il sopravvento. Questa mattina Leo ha (non si sa come) convinto Tecla ad andare con lui ad ammirare l’alba sull’oceano; dunque, ci alziamo di buon’ora entusiasti (soprattutto Leo, Tecla non sarà mai entusiasta di svegliarsi così presto) di vedere la palla del sole salire direttamente dall’oceano. Che dire, la sorpresa che ci attende una volta usciti dalla capanna è assolutamente inaspettata: se fino alla sera prima il cielo era limpido, questa mattina invece è pieno di nuvoloni neri che non solo promettono di rovinare lo spettacolo dell’alba in quanto il sole probabilmente non farà neanche capolino, ma minacciano addirittura pioggia!

Quindi iniziamo ad essere veramente sconsolati…abbiamo ancora mezza giornata da passare ad Iranja, e per di più è l’ultimo giorno di vacanza, non può essere brutto tempo!! Difatti l’alba a cui assistiamo non è niente di che, e ci resta solo da sperare che pian piano il cielo si rassereni. Dopo aver fatto colazione decidiamo che attenderemo l’arrivo del sole (in cui riponiamo tutte le nostre speranze) passeggiando sulla lingua di sabbia fino a raggiungere Nosy Iranja Keli, dato che ci sarà bassa marea ancora per qualche ora. Sappiamo di non avere tanto tempo a disposizione perchè entro le 10 dobbiamo liberare la camera, ma siamo convinti di non impiegarci troppo ad attraversare la lingua di sabbia e a fare un giro dell’isoletta (anche perchè è parzialmente interdetta ai turisti in quanto sul versante nord sono deposte le uova delle tartarughe marine). Iniziamo quindi iniziamo a camminare in totale relax…ma ci rendiamo presto conto che se in lontananza e dalle foto la lingua di sabbia sembrava abbastanza corta e velocemente percorribile, in realtà sono quasi 2 km e ci si impiega una buona mezz’ora per arrivare dall’altra parte! Acceleriamo quindi il passo, e grazie anche alla bassa marea che consente di camminare comodamente sulla sabbia completamente asciutta, nel giro di poco arriviamo a Nosy Iranja Keli, che da subito ci dà l’impressione di essere avvolta in un alone di mistero: l’isola ospita infatti un vecchio resort di lusso abbandonato in quanto dismesso da tanti anni (tanto abbandonato non pare però, dato che a quanto pare viene utilizzato come “base alternativa” per i turisti delle gite giornaliere a Nosy Iranja).

Dopo un breve giro in esplorazione ci accorgiamo che sono praticamente le 10 ed è ora di tornare indietro, quindi dopo aver raccolto qualche conchiglia ci dirigiamo verso la reception di Le Zahir, in quanto ci è stato consigliato – prima di liberare la stanza – di chiedere se per caso fosse libera anche il giorno dopo e quindi possibile tenerla per noi fino al check out. Naturalmente non è così, o meglio, le nostre supposizioni sul fatto che avrebbero lasciato la capanna solo ai romani pur di non sentirli brontolare ancora si rivelano corrette, e gli unici sfrattati dalla capanna siamo noi! Incredibilmente vediamo però che piano piano le nuvole si stanno diradando e il sole sta iniziando a far capolino; giusto il tempo di chiudere le valigie e lasciare le chiavi della stanza in reception, e il cielo diventa tutto azzurro con il sole pieno che inizia a splendere…ora sì che possiamo goderci a pieno questa ultima giornata di sole e di mare! Ci arrostiamo ancora un pochettino al sole e quando poi la marea inizia a salire iniziamo con i nostri innumerevoli bagni. La mattinata vola, e tra uno snack e l’altro (di pranzi di pesce non ne vogliamo più sapere!!!) in men che non si dica purtroppo arrivano le 14:00, ovvero l’orario di partenza della barca che ci avrebbe riportati a Nosy Be.
Avremmo voluto che questo momento non arrivasse mai… non siamo pronti a salutare questo posto meraviglioso. In un mondo sempre più frenetico, il soggiorno a Nosy Iranja ci ha ricordato la necessità di assaporare con calma la bellezza primordiale di meraviglie naturali come quest’isola. Nosy Iranja non è stata per noi solo una destinazione, ma un’esperienza di vita che ci ha arricchito l’anima e ha risvegliato in noi la consapevolezza di essere parte di qualcosa di molto più grande e meraviglioso.
Abbiamo avuto il privilegio di camminare sul ponte di sabbia durante la bassa marea sentendoci parte dell’ecosistema come se l’oceano si stesse dischiudendo per lasciarci passare, di nuotare nelle sue acque cristalline di un azzurro talmente brillante da sembrare irreale, di contemplare meravigliosi tramonti infuocati accendere il cielo di mille sfumature, di osservare la vita quotidiana degli abitanti malgasci e vivere in pacifica coesistenza con loro, e ciascuna di queste esperienze lascia in noi ricordi indimenticabili e una rinnovata consapevolezza dell’importanza di preservare posti dal valore inestimabile come la selvaggia Nosy Iranja.


È giunto il tempo della ritirata, quindi armati di zaini e bagagli saliamo sulla barca, ancora ignari del fatto che sarebbe stato il viaggio della disperazione…perché con noi si imbarcano i due romani, ancora pieni di ira per le cose successe nei giorni precedenti e che quindi decidono di prenderci come uno sportello d’ascolto; tra una chiacchiera e l’altra scopriamo che in realtà questi due sono viaggiatori incalliti che hanno vissuto mille (dis)avventure tra Africa, Tanzania, Sudamerica e chi più ne ha più ne metta…ma che per qualche strana ossessione, per ogni destinazione visitata scelgono solo alloggi di lusso e RIGOROSAMENTE con sistemazioni singole. L’unica nostra speranza è che il tragitto duri poco, anche perchè viaggiamo controcorrente e quindi le onde che si infrangono al nostro passaggio ci stanno lavando da capo a piedi…ma la speranza si spegne presto, perchè a quanto pare a questi due è stato promesso (probabilmente sempre per scusarsi della questione dei bungalow per la quale hanno stressato tutto il personale del lodge per tre giorni) che sarebbero stati accompagnati direttamente in struttura invece che essere lasciati – come noi poveri comuni mortali – nel punto di ritrovo in spiaggia. E quindi dopo un’ora e mezza di navigazione dobbiamo allungare ulteriormente il supplizio per accompagnarli fino a Nosy Sakatia; una volta arrivati sulla terraferma dove ad attenderci c’è il nostro affezionato Tuk Tuk (tutto felice di non doverci riportare stavolta fino all’Andilana ma di fare appena 10 minuti di guida) siamo oltre che talmente bagnati da poter essere strizzati come una spugna, anche estremamente doloranti a causa di tutti i “salti” fatti in barca. Destinazione Villa Mena, una struttura scelta per la sua posizione strategica a poche centinaia di metri dal punto in cui siamo stati lasciati dalla barca, e per il comodo transfer che ci avrebbe portato in aeroporto dopo qualche ora. Arriviamo in questa “villa” che ci ricorda un po’ l’Ondo House di Zanzibar (se non capite il riferimento, quella è un’altra storia), e che più che altro è la casa di una famiglia malgascia che ha affittato ai turisti il piano terra; il gestore è un bravissimo e tenerissimo ragazzino di 14 anni che ci accoglie con un bianchissimo sorriso a 32 denti e che ci accompagna fin dentro casa sua dove è situata la “reception”.

Decidiamo quindi di goderci l’ultimo tramonto a Nosy Be per una volta senza attrezzatura, ammirando il tutto solo con gli occhi e imprimendo la bellezza di quei momenti indelebilmente nella nostra mente: i colori inconfondibili del cielo africano al tramonto, i ragazzini che giocano felici e spensierati a calcio sulla spiaggia, qualcuno che intona una canzone malgascia…e noi, insieme, felici e spensierati. Al calar delle tenebre torniamo in fretta furia nella nostra villa per una doccia e per gli ultimi preparativi delle valigie, e subito dopo ci dirigiamo verso un ristorante sulla spiaggia, dove ahimè tocca accontentarsi di quel poco che hanno disponibile, visto che tutti i piatti più buoni (che avevamo “puntato” già prima, quando passeggiando avevamo notato questo locale) sono terminati. La nostra prossima destinazione è decisamente il letto, dato che la sveglia questo giro suona un orario veramente impietoso (l’1:20 di notte)…ci aspetta il pick up da parte del tassista chiamato direttamente dal ragazzino di Villa Mena (e per questo speriamo che abbia capito bene!) e poi un volo alle 04:40 di mattina che ci riporterà a Antananarivo, dove trascorreremo la nostra ultima giornata malgascia prima di prendere il nostro volo di rientro in Italia.
GIORNO 17 – RITORNO AD ANTANANARIVO
Detto fatto, dormiamo appena 3/4 ore e la sveglia suona impietosa all’01:00, facendoci alzare dal letto in uno stato a dir poco cadaverico. Per fortuna, nonostante i nostri timori di rimanere a piedi e di non avere la possibilità di contattare nessuno a quell’ora della notte, il nostro tassista si fa trovare puntualissimo ad aspettarci appena fuori dal cancello di Villa Mena, pronto per portarci in aeroporto. Il tragitto è breve perchè a quell’ora della notte non c’è naturalmente nessuno in giro; quindi, arriviamo in aeroporto con molto anticipo e ci tocca aspettare fuori (in Madagascar non fanno accedere all’aeroporto prima di un tot di minuti dall’orario del volo) mezzi insonni, al buio e al freddo al gelo, fin quando ci fanno la carità di iniziare il check-in e di farci entrare al calduccio in aeroporto. Per fortuna il volo è in orario, quindi saliamo in aereo senza troppa attesa nè troppi problemi; e il volo “vola”, dato che appena seduti ci addormentiamo nel giro di mezzo secondo. Ad attenderci ad Antananarivo c’è un autista (per la prima volta da quando siamo in Madagascar con un’utilitaria qualunque e non con una mega Jeep) pronto a portarci nel “mega albergo di lusso” (lusso madagascariano) consigliato da Bruno: “Le maison du Royale” vicinissimo al Palazzo della Regina.

Per questa giornata di pura attesa del volo (è una lunga storia: avremmo avuto uno scalo di sole sei ore potendo quindi stare ancora mezza giornata a Nosy Be, ma Air Madagascar qualche settimana prima della nostra partenza aveva cancellato quel volo, riprogrammandolo alla sera, quindi troppo tardi per poter prendere la coincidenza. Eravamo quindi stati costretti ad anticipare il volo alla mattina presto, avendo a quel punto ben 18 ore di scalo ad Antananarivo) abbiamo scelto un bell’hotel in una bella zona della città, da cui ammirare il panorama senza dover uscire dalla struttura. Siamo arrivati molto presto, e la manager dell’albergo con cui ci siamo accordati per il nostro “particolare” soggiorno non era ancora arrivata, però per fortuna ci hanno assegnato subito una camera, e non appena abbiamo visto quel letto così morbido, caldo ed invitante ci siamo fiondati sopra per una bella dormita (finalmenteeee)…poco dopo veniamo però disturbati dalla direttrice dell’albergo, che arriva per chiedere se volessimo ordinare la colazione.
La giornata procede come una classica domenica da coma, in cui passiamo dal letto per un pisolino, al balcone della nostra camera per una foto al panorama (il migliore della città eheheh), al bar sulla terrazza per uno spuntino (dove ci concediamo poi anche un pranzo con vista panoramica) …e finalmente recuperiamo un po’ di energie. Al momento del tramonto torniamo su in terrazza per scattare qualche foto alla città mentre gustiamo un buon drink servito con tapas e stuzzichini, e poi è ora di sistemare i bagagli perchè a breve verranno a prenderci per portarci in aeroporto. Dopo i consueti controlli accediamo alla zona gate, e il primo pensiero è subito di trovare un posticino dove riposare in attesa del volo: il posto giusto lo individuiamo nella zona bimbi, con comodi gonfiabili e tappetini perfetti per schiacciare un pisolino. Il tempo vola, e poco dopo aprono l’imbarco…e qui ci rendiamo infine conto che questa incredibile avventura è davvero finita.

Si potrebbe riassumere il nostro viaggio in Madagascar semplicemente raccontando dei suoi colori:
- il rosso acceso della terra
- l’arancio vivace del manto dei lemuri
- il giallo pastello dei fiori della vaniglia
- il bianco accecante della sabbia
- il verde intenso delle foreste lussureggianti
- il turchese brillante dell’acqua cristallina
- il blu profondo del cielo dopo il tramonto
- il viola tenue del crepuscolo prima dell’alba
- il rosa delicato delle piccole orchidee
Quello che il nostro viaggio in Madagascar ci lascia al rientro, è un mix di emozioni e sensazioni difficilmente esprimibili a parole.
Dopo aver scoperto e osservato per la prima volta così tante cose fuori dall’ordinario, tornare alla normalità e alla vita quotidiana ci dà quasi una sensazione di estraneità.

Perché non ci possiamo più stupire di come ad ogni tramonto il sole sia così rosso e sembri così incredibilmente grande e vicino, di come quando gli ultimi colori del tramonto svaniscono, il cielo sembri improvvisamente prendere vita con la Via Lattea che brilla fulgida sopra le nostre teste.
E la sensazione di camminare in mezzo ai Baobab, giganti millenari, sentendoci tutt’uno con la natura, nella culla dell’umanità, privilegiati di poter assistere ad uno spettacolo del genere.
I sorrisi delle persone, la genuinità della gente che vive con così poco e che eppure è tanto felice come se nulla al mondo mancasse. La loro capacità di ridere e di gioire della vita e delle sue meraviglie senza alcuna riserva.
Tornare a casa da un viaggio del genere, con una valigia piena di panni sporchi, migliaia di foto scattate e souvenir di ogni sorta per sperare di portare a casa con noi anche solo un pezzetto di tutto quello che questo posto ha saputo darci, delle emozioni che ci ha trasmesso, dell’infinita e preziosa eredità di ricordi meravigliosi che ci ha lasciato.
Quello che vi abbiamo raccontato, e tanto altro, è stato per noi il nostro viaggio in Madagascar, una terra meravigliosa che ci ha dato tantissimo, più di quanto potessimo immaginare.

